• Home
  • documenti
  • Articoli
  • Natura, lavoro e comunità: il percorso di recovery della cooperativa Il Martin Pescatore

Natura, lavoro e comunità: il percorso di recovery della cooperativa Il Martin Pescatore

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni

C'è un momento, durante una mattinata di lavoro in un giardino o un pranzo condiviso all'ombra degli alberi, in cui i ruoli smettono di essere il centro della relazione. L'educatore non è soltanto un professionista, la persona accompagnata dal Centro di Salute Mentale non è definita dalla propria diagnosi e il giardiniere non è solo un tecnico. Restano persone che condividono un'esperienza, imparano insieme e costruiscono fiducia. È da questa idea di relazione che, da oltre trent'anni, prende forma il lavoro della cooperativa sociale Il Martin Pescatore.

Attiva dal 1990 a Casalecchio di Reno e radicata dal 1996 a Calderino, nel comune di Monte San Pietro, la cooperativa collabora stabilmente con il Dipartimento di Salute Mentale dell'Azienda USL di Bologna. Nel tempo ha sviluppato un modello nel quale il lavoro, la natura e la comunità diventano strumenti per sostenere percorsi di recovery, valorizzando le capacità e le aspirazioni delle persone piuttosto che le loro difficoltà.

A raccontare questa esperienza sono Francesco e Manuela, che da anni accompagnano i diversi progetti della cooperativa.

 

orto piccolaorto

Il lavoro come esperienza di crescita

Le attività di manutenzione del verde rappresentano una delle esperienze storiche del Martin Pescatore. Nate tra il 1998 e il 1999 con i primi appalti pubblici e privati, continuano ancora oggi a offrire opportunità di partecipazione e crescita a persone accompagnate dai Centri di Salute Mentale del territorio.
Tra il 2017 e il 2024 i gruppi di lavoro hanno coinvolto mediamente dieci-quindici persone, affiancate quotidianamente da educatori e tecnici giardinieri. Le attività si svolgono per quattro ore al mattino e vengono organizzate in modo da permettere a ciascuno di sperimentarsi gradualmente, acquisendo competenze, autonomia e sicurezza. Ma il lavoro, spiegano Francesco e Manuela, non coincide con la sola produzione. “L'obiettivo non è semplicemente portare a termine un'attività, ma creare un contesto nel quale ciascuno possa sentirsi parte di un gruppo, scoprire capacità spesso poco riconosciute e costruire relazioni significative”.
In questo percorso anche i tecnici giardinieri assumono un ruolo educativo. Condividono conoscenze professionali, trasmettono la cultura della sicurezza e accompagnano le persone nell'apprendere competenze concrete, contribuendo alla costruzione di un ambiente di lavoro inclusivo e collaborativo.

Quando la natura diventa una risorsa

Gli anni della pandemia hanno rappresentato un passaggio decisivo. Mentre molte attività al chiuso venivano sospese, il lavoro all'aperto ha consentito di mantenere continuità ai percorsi delle persone, offrendo spazi nei quali ritrovare relazioni, movimento e benessere in un periodo caratterizzato da isolamento e incertezza.
Francesco ricorda come i parchi, improvvisamente vuoti, siano diventati luoghi nei quali continuare a incontrarsi in sicurezza. Parallelamente gli operatori hanno ripensato il proprio modo di lavorare, introducendo visite domiciliari e nuove modalità di contatto che hanno permesso di conoscere meglio i contesti di vita delle persone.
Un cambiamento nato da una situazione di emergenza che, paradossalmente, ha rafforzato il senso di appartenenza e consolidato relazioni costruite sulla fiducia reciproca.

Coltivare comunità

Da quell'esperienza nasce anche una progressiva evoluzione delle attività della cooperativa. Accanto alla manutenzione del verde prendono forma progetti nei quali la natura non è soltanto un contesto di lavoro, ma diventa uno spazio di incontro, partecipazione e cittadinanza. L'Orto Biricoccolo, sviluppato insieme ai volontari e all'amministrazione comunale di Monte San Pietro, rappresenta uno di questi luoghi. Qui la coltivazione dell'orto diventa occasione per stare insieme, condividere competenze e creare relazioni tra persone con esperienze diverse.

La stessa prospettiva guida l'esperienza dell'Orto di Ceretolo, realizzata in collaborazione con il Comune di Casalecchio di Reno e il Centro di Salute Mentale. Pensato inizialmente come opportunità per chi conclude un tirocinio, oggi l'orto rappresenta uno spazio aperto dove continuare a coltivare legami con il territorio e con la comunità.
Manuela tiene a chiarire un aspetto importante: questi orti non hanno una finalità produttiva o commerciale. “Non sono pensati per produrre reddito o vendere ortaggi. Sono luoghi nei quali coltivare relazioni, senso di appartenenza e partecipazione”. Il raccolto, quando arriva, è una conseguenza naturale del lavoro condiviso, non il suo obiettivo principale.

Il Recovery College e il Bagno di Foresta

La riflessione sul rapporto tra natura e benessere ha trovato una nuova espressione anche all'interno del Recovery College di Bologna. Tra le esperienze proposte prende forma il percorso di Bagno di Foresta, sviluppato insieme al familiare di una persona che frequenta i percorsi della cooperativa.

Gli incontri, organizzati quattro volte all'anno in corrispondenza del cambio delle stagioni, coinvolgono persone con esperienze molto diverse: cittadini, familiari, operatori e persone che vivono un percorso di salute mentale. È proprio questa eterogeneità, osserva Manuela, a rappresentare uno degli aspetti più significativi dell'iniziativa.
Non esistono gruppi separati. Esistono persone che condividono un'esperienza. Per Francesco il valore del Bagno di Foresta non risiede soltanto nel contatto con la natura, ma nella possibilità di interrompere, anche solo per qualche ora, la continua pressione del fare. Camminare lentamente, osservare, ascoltare i suoni del bosco, leggere insieme un testo o condividere una riflessione significa recuperare uno spazio di presenza, attenzione e ascolto di sé. La cooperativa immagina di ampliare ulteriormente questa esperienza, integrandola con momenti di lettura, laboratori artistici e attività espressive capaci di trasformare l'orto in un luogo sempre più aperto alla crescita personale e collettiva.

Il lavoro come opportunità, non come punto di arrivo

Quando la conversazione si sposta sul tema del lavoro, Manuela invita a guardare oltre i numeri. Certo, i dati raccontano una realtà significativa: il bilancio sociale evidenzia che la cooperativa conta 73 dipendenti, di cui 25 appartenenti alle categorie previste dalla Legge 68/1999 e dalla Legge 381/1991. Undici di loro lavorano nella manutenzione del verde. Ma dietro questi risultati c'è un percorso molto più ampio.

L'assunzione non rappresenta infatti l'unico indicatore di successo. Il lavoro è uno degli strumenti attraverso cui le persone possono riconoscere competenze, sperimentare responsabilità, rafforzare la fiducia in sé e costruire un proprio progetto di vita.
Per arrivare a questo risultato è fondamentale il dialogo continuo tra l'area educativa e quella produttiva della cooperativa. Educatori, tecnici e operatori osservano insieme le capacità, gli interessi e le aspirazioni di ciascuno, cercando di creare contesti nei quali queste possano emergere e consolidarsi.
Quando le condizioni sono favorevoli, il percorso può tradursi in un'assunzione, all'interno della cooperativa o presso aziende del territorio, anche attraverso gli strumenti messi a disposizione dal Budget di Salute o dalle convenzioni previste dall'Articolo 22 della Legge Regionale Emilia-Romagna n. 17/2005.
L'obiettivo, però, rimane sempre lo stesso: non accompagnare le persone verso un traguardo uguale per tutti, ma creare opportunità perché ciascuno possa scegliere la direzione più coerente con la propria storia e le proprie aspirazioni.

La relazione prima del ruolo

Uno dei passaggi più significativi dell'intervista riguarda il modo in cui Francesco descrive le relazioni che si costruiscono durante le attività.
La natura, osserva, modifica spontaneamente il modo di stare insieme.
Lavorare fianco a fianco, condividere un pranzo o semplicemente trascorrere del tempo all'aperto permette alle persone di incontrarsi oltre i ruoli istituzionali.
Non scompaiono le responsabilità professionali, né viene meno la cornice educativa che garantisce sicurezza e qualità ai percorsi. Cambia però la qualità della relazione.
“È spesso durante un pranzo condiviso - racconta Francesco - che emergono gli aspetti più autentici delle persone”.
Sono momenti nei quali interessi, passioni, competenze e desideri trovano spazio in modo spontaneo, favorendo una conoscenza reciproca difficilmente raggiungibile nei contesti più formali.
Più che superare il modello educatore-utente, Francesco propone proprio di ripensarlo, costruendo relazioni fondate sulla reciprocità, sul riconoscimento delle competenze di ciascuno e sulla possibilità di imparare gli uni dagli altri.

La recovery come cultura condivisa

È proprio qui che emerge uno degli aspetti più innovativi del lavoro della cooperativa.
La recovery non viene descritta come un metodo o un insieme di tecniche, ma come una cultura che attraversa l'intera organizzazione.
Una cultura che riguarda certamente le persone che partecipano ai percorsi, ma coinvolge allo stesso modo educatori, tecnici, coordinatori e professionisti.
Francesco sottolinea come questo richieda una costante attenzione alle pratiche orientate alla recovery e una disponibilità continua a mettersi in discussione.
La formazione non consiste soltanto nell'acquisire nuove competenze tecniche.
Significa interrogarsi sul proprio modo di stare nella relazione, riconoscere il valore dell'esperienza vissuta, condividere il potere decisionale, imparare ad ascoltare prima di proporre soluzioni. Negli ultimi anni la cooperativa ha investito in percorsi dedicati alle competenze trasversali: ascolto attivo, dialogo, comunicazione non violenta, gestione delle dinamiche relazionali, superamento delle logiche di dominio, valorizzazione delle competenze individuali.

Tra gli strumenti utilizzati trova spazio anche la costruzione del proprio curriculum delle competenze, non come semplice elenco di esperienze lavorative, ma come occasione per riconoscere il patrimonio di conoscenze, abilità e apprendimenti maturati nel tempo. Per Francesco questo lavoro riguarda tutti. Anche gli operatori sono chiamati a studiare, confrontarsi, riflettere e continuare ad apprendere. La recovery, in fondo, chiede prima di tutto ai professionisti di cambiare prospettiva. Non si tratta di fare qualcosa per le persone. Si tratta di costruire qualcosa con le persone.

Il progetto di vita come orizzonte

Questa visione trova il proprio punto di incontro nel concetto di progetto di vita. Ogni esperienza — il lavoro, l'orto, il Bagno di Foresta, i momenti di convivialità, la formazione — acquista significato nella misura in cui contribuisce ad ampliare le possibilità di scelta delle persone.
Il progetto di vita non è un percorso definito dagli operatori né un obiettivo da raggiungere entro tempi prestabiliti. È un processo aperto, che riconosce il diritto di ciascuno a immaginare il proprio futuro, coltivare speranze, cambiare direzione, sperimentare nuove opportunità.
In questa prospettiva la cooperativa prova a costruire contesti nei quali le persone possano esprimere le proprie capacità, sentirsi riconosciute e partecipare attivamente alla vita della comunità. È questa, forse, la definizione più concreta di recovery che emerge dall'intervista: creare condizioni perché ogni persona possa continuare a costruire la propria vita secondo ciò che per lei ha valore.

Dalla collina alla città: una comunità che si allarga

Il Martin Pescatore è nato e cresciuto in un territorio collinare, dove il verde rappresenta una risorsa naturale e il lavoro all'aperto fa parte della quotidianità. Oggi, però, quella geografia non basta più a raccontarne l'identità.
Come osserva Francesco, la maggior parte delle persone che partecipano ai percorsi proviene infatti da contesti urbani, come Bologna, Casalecchio di Reno e Zola Predosa, e spesso non ha un legame diretto con l'ambiente collinare.
Per questo motivo la cooperativa sta progressivamente portando le proprie esperienze anche nei luoghi di vita delle persone.
L'Orto di Ceretolo rappresenta uno degli esempi più concreti di questa evoluzione: uno spazio inserito nella città, aperto alla partecipazione della comunità e pensato per mantenere vive relazioni che non si interrompono con la conclusione di un tirocinio.
Nella stessa direzione si inseriscono anche le collaborazioni avviate con il Comune di Zola Predosa per la cura di alcune aree verdi pubbliche.
L'idea è semplice ma significativa: non chiedere alle persone di raggiungere sempre i servizi, ma costruire opportunità nei territori in cui la vita quotidiana si svolge.
È un cambiamento che riguarda anche il modo di intendere la salute mentale, sempre meno confinata ai luoghi della cura e sempre più intrecciata con gli spazi della comunità.

Condividere il benessere

Tra le esperienze più recenti Francesco ricorda anche la Pet Company, scelta volutamente chiamata così e non Pet Therapy. La differenza, spiega, non è soltanto terminologica. L'obiettivo non è proporre un trattamento, ma favorire occasioni di relazione attraverso la presenza degli animali, valorizzando ciò che può nascere spontaneamente dall'incontro tra persone, natura e vita quotidiana. Nello stesso spirito nasce la Festa delle Api, organizzata all'Orto Biricoccolo.
Più che un evento divulgativo, è un'occasione per aprire l'orto alla cittadinanza, condividere conoscenze sulla biodiversità e creare nuove connessioni tra chi frequenta abitualmente questi spazi e chi vi si avvicina per la prima volta. Anche in questo caso la natura diventa un linguaggio comune capace di mettere in relazione persone con esperienze molto diverse.

Verso nuove connessioni

Nelle battute finali dell'incontro, Manuela condivide anche una riflessione personale sul Bagno di Foresta.
Lo descrive come un'esperienza capace di offrire uno spazio di rallentamento e di ascolto di sé, particolarmente prezioso in una società spesso orientata alla performance e alla produttività. In questo senso richiama anche quanto molte persone hanno sperimentato durante la pandemia: un tempo sospeso che, pur nella difficoltà, ha permesso talvolta di ridefinire priorità, ritmi e bisogni.

È stato infatti avviato un dialogo con un'azienda agricola del territorio, che ospita animali da fattoria ed è attualmente impegnata nel percorso di riconoscimento come fattoria sociale. Si tratta di una prospettiva ancora aperta, tutta da costruire, ma che potrebbe dare vita a nuove collaborazioni nelle quali natura, attività agricole e relazione con gli animali diventino ulteriori occasioni di partecipazione e di recovery.
Più che un progetto già definito, è un'ipotesi che nasce dalla volontà di continuare a sperimentare, mettendo in rete le risorse del territorio e immaginando nuove possibilità insieme alla comunità.

La recovery come cultura della comunità

Ascoltando Francesco e Manuela emerge con chiarezza un elemento che attraversa tutte le esperienze raccontate.
La natura, il lavoro, gli orti, il Bagno di Foresta, gli animali, la formazione degli operatori e le collaborazioni con il territorio non sono progetti separati.
Sono espressioni diverse di una stessa visione.
La recovery, in questa prospettiva, non coincide con un servizio, una tecnica o un programma riabilitativo. È una cultura che mette al centro la persona, le sue possibilità, le sue relazioni e il suo diritto di costruire il proprio progetto di vita.
Una cultura che chiede anche ai professionisti di continuare ad apprendere, di interrogarsi sul proprio ruolo e di costruire contesti nei quali il sapere tecnico si intrecci con l'esperienza vissuta, l'ascolto e la reciprocità.
In questo senso il Martin Pescatore non propone semplicemente attività nel verde.
Coltiva luoghi nei quali le persone possano riconoscersi come cittadini, sviluppare competenze, creare legami e immaginare nuove possibilità per il proprio futuro.
Perché la recovery, come emerge dalle parole di Francesco e Manuela, prende forma quando una comunità sceglie di non partire da ciò che manca alle persone, ma da ciò che, insieme, è possibile costruire.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

Scorciatoie

Sogni&Bisogni

Associazione Cercare Oltre

presso Istituzione Giancarlo Minguzzi
Via Sant'Isaia, 90
40123 Bologna
Codice Fiscale: 91345260375
email: redazione@sogniebisogni.it

Privacy&Cookies

Privacy Policy Cookie Policy