di Federico Mascagni
A circa un mese dalla sua elezione a presidente del CUFO — il Comitato Utenti, Familiari e Operatori della Salute Mentale del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell'AUSL di Bologna — Nicola Filippi ha già guidato la prima riunione plenaria e quella del comitato di coordinamento. Le oltre trenta associazioni che compongono il CUFO gli hanno affidato un primo mandato preciso: entro il 9 giugno consegnare un programma di temi prioritari da affrontare nei mesi che restano del 2026, il primo anno del suo triennio.

Filippi è un familiare. Partecipa al CUFO da anni attraverso l'Associazione Nastro Rosso Bologna per la lotta alla droga - ODV, realtà che opera nel campo delle dipendenze patologiche e della doppia diagnosi. Porta con sé una lunga esperienza diretta di cosa significhi affrontare il sistema della salute mentale dall'interno, quotidianamente, come genitore. È quella stessa esperienza che, dice, deve diventare patrimonio collettivo — non attraverso convegni teorici, ma attraverso tavoli di ascolto in cui utenti, familiari e operatori si parlino davvero, per argomento concreto.
Nicola Filippi, come è diventato presidente del CUFO?
L'ultima cosa a cui pensavo era di fare il presidente. Me l'hanno proposto, ho detto "beh, faccio quel che posso, ben volentieri" — ed eccomi qua.
Il CUFO conta più di trenta associazioni e rappresenta un organismo di partecipazione tra utenti, familiari e operatori dell'AUSL e del privato sociale. In quale cornice intende lavorare?
Mi sembra che continuiamo a essere inseriti nella cornice di riferimento che già dal 2008-2009 era stata individuata: un atteggiamento inclusivo nei confronti di tutti i processi di cura, cercando di migliorare la collaborazione per garantire una partecipazione effettiva di utenti, familiari e operatori.
Cosa vorrebbe che emergesse nel triennio del suo mandato?
Come modo di lavorare, aumentare l'integrazione e la comprensione tra i vari ruoli. In particolare, in ambito CUFO, mi preme una maggiore partecipazione degli utenti e degli operatori, oltre ai familiari che animano da anni il Cufo con evidenti risultati positivi. Se vogliamo davvero percorsi di umanizzazione e personalizzazione delle cure, questo è indispensabile. Gli operatori fanno fatica a perdere mezza giornata una volta al mese per confrontarsi, pressati come sono dai loro servizi, sempre sotto dimensionati di fronte a crescenti richieste. Per questo penserei di organizzare incontri costruiti attorno agli argomenti più urgenti, incontri in cui si sentano forti le voci di utenti e operatori.
Cosa è già accaduto dalla sua elezione?
Abbiamo fatto una prima riunione plenaria e una prima riunione del comitato di coordinamento per capire come muoverci. Entro il 9 giugno ho l'incarico di raccogliere gli argomenti che abbiamo già considerato prioritari, aggregarli per analogie e per possibilità di compresenza delle diverse figure. Questo anno, in realtà, comincia adesso: devo costruire un programma per i sei o sette mesi che ci restano.
Quali temi sono già emersi come prioritari?
Dal primo incontro collegiale della nuova presidenza sono venuti fuori il "dopo di noi", l'amministratore di sostegno, il volontariato e il supporto ai caregiver. Siamo quasi tutti over settanta nel settore familiari psichiatria adulti: il "dopo di noi" è urgente, ma lo è altrettanto il "durante noi". Poi: mettere al centro i pazienti gravi, le condizioni severe di sofferenza, la cronicizzazione e il sistema delle residenze — come strutturare il mix di persone, come personalizzare i percorsi al posto di assegnare semplicemente il primo posto disponibile in lista. Conosco bene il settore psichiatria adulti, sarò affiancato per la neuropsichiatria che presenta anche altri bisogni.
Lei propone di lavorare per tavoli tematici anziché affidarsi prevalentemente a contributi di esperti. In cosa consiste esattamente?
Può essere importantissimo chiamare il professore specialista che ci spiega un farmaco o un percorso terapeutico. Ma credo sia ancora più importante — con tutto il sapere accumulato in questi anni — impostare incontri in cui le diverse componenti, utenti, familiari e operatori, si confrontino su argomenti concreti e condivisi come prioritari. L'esempio che mi sembra già riuscito è quello dei tavoli sul TSO: c'erano le basi per un dialogo tra tutte le categorie — non rivendicativo ma costruttivo. Ciascuno capace di mettersi nei panni dell'altro. Anche l'utente che dice: "capisco però anche l'operatore che si trova in quella situazione." Questo è il modello a cui mi ispiro.
Come pensa di gestire la questione logistica? Riunioni in presenza, da remoto?
È stato appena comunicato che il direttore del DSM Fabio Lucchi, essendoci stata una ristrutturazione del cablaggio delle aule in DSM può assicurarci riunioni con partecipazione mista , in presenza e in remoto contemporaneamente. Sembra poco, ma in realtà aiuta molto. Chi viene da Gaggio Montano o da Porretta non deve affrontare tre ore di spostamento per ogni incontro. L'incontro di persona dà di più — ne sono convinto — ma rendere accessibile la partecipazione è una condizione minima per averla davvero.
La partecipazione degli utenti al CUFO è storicamente limitata: tendono a essere sempre gli stessi, quelli più attivi. Come si può ampliare?
La proposta che ho in mente è di incontri organizzati per argomento in cui utenti e operatori siano i protagonisti del dialogo. Con un rapporteur per ogni componente, che raccoglie e restituisce le riflessioni. Sarei già contento di un primo passo di ascolto reciproco autentico: senza pretese, ma con il tentativo serio di capire l'altro e valutare — non giudicare — come si potrebbe migliorare. Niente di più. È già tanto come obiettivo.
Tra le risorse potenziali cita gli ESP — Esperti in Supporto tra Pari. Cosa ne pensa?
Gli ESP sono una risorsa, anche un po' in cerca d'autore qui a Bologna, che potrebbe essere meglio organizzata e strutturata. Ma con tutte le cautele necessarie: il rischio del burnout per chi si è formato in questo ruolo è reale. Rimanere ancorati esclusivamente a un mondo di riferimento del disagio non so quanto possa essere terapeutico nel lungo periodo. C'è poi una grande disomogeneità territoriale: i modelli variano molto da zona a zona, anche solo tra Bologna e Ferrara. Bisognerebbe prima definire chiaramente cosa è un ESP nel nostro contesto — come si inserisce nelle cooperative, come si sostiene — e poi strutturarne il contributo con la cautela che merita. Non vogliamo che qualcosa pensato per aiutare faccia invece del male a chi lo pratica.
Quali sono le sue preoccupazioni maggiori sulla salute mentale nell'area metropolitana di Bologna?
I servizi seguono un campione di persone che stanno male. La mia sensazione — non ho statistiche, è la mia percezione di genitore — è che quel campione sia molto ristretto rispetto alla platea reale di chi soffre. Il malato grave, il sofferente severo, fa molta fatica a rispettare un appuntamento fissato a un'ora precisa in un certo giorno. Penso alle dipendenze: quando si riesce — ed è già un successo, perché spesso non ci si riesce — a far sì che la persona si rivolga al servizio, dopo dieci minuti ha già cambiato idea. Il suo pensiero è altro: come procurarsi qualcosa che allevii la sofferenza immediata. Quelle che chiamo "toppe" — le sostanze, certe compulsioni — sono tentativi di chiudere voragini che si ha paura di guardare direttamente. Ma queste toppe possono diventare aggravanti a loro volta.
Psichiatria adulti e dipendenze patologiche dialogano poco tra loro. Pensa dovrebbero integrarsi di più?
Quasi mi verrebbe da chiedere perché vengono tenute separate. Chi è grave, chi è compulsivo, spesso è interessato da entrambe: c'è una componente nella sfera psicologica e poi c'è il problema della dipendenza. Credo ci siano fortissime analogie, per come le vivo io da genitore. Lo dico senza competenza clinica, ma con molta esperienza diretta.
Lei porta dentro il CUFO un'esperienza lunga e diretta come familiare. Cosa ha imparato che vorrebbe trasferire nel lavoro del comitato?
Il combinato che nel mio caso si è rivelato determinante è stato la componente medica, con la sua attenzione alla persona, e quella di forze dell'ordine — carabinieri e poliziotti che in alcuni casi erano più capaci di altri sul piano empatico: riuscivano a risolvere in pochi secondi situazioni che altri non riuscivano a gestire. Poi c'è stata l'esperienza di una REMS — una struttura con una fortissima componente umana a tutti i livelli, dove si parlava più di salute che di malattia. Quello che ho capito è che bastano tre parole, un gesto, per cambiare completamente la relazione. L'empatia è la base. Scriviamo da decenni di percorsi individualizzati e umanizzati: ma farla diventare pratica concreta, partire dal riconoscere anche i talenti della persona oltre alle ferite, è tutt'altra cosa.
Negli ultimi mesi il linguaggio pubblico sulla malattia mentale sembra essersi fatto più aggressivo: "i pazzi sono pericolosi", "non dovrebbero avere la patente di guida", "queste persone vanno rinchiuse". Il CUFO ha anche un ruolo pubblico. Come risponde a questa deriva?
Senz'altro è una deriva pericolosa. Una risposta concreta che mi sembra efficace è usare il linguaggio cinematografico quando è usato bene: ho partecipato alla proiezione di un film aperta a operatori, utenti e familiari, e vedevo le persone piangere alla fine. C'è una differenza enorme tra stare di fronte alla situazione reale di una famiglia con un familiare in difficoltà e ridurla a uno slogan da campagna elettorale. Dove possibile, poi, credo nel mescolare: sport, attività, spazi di vita comuni tra persone con e senza problemi. Non solo spazi dedicati esclusivamente a chi ha difficoltà, ma momenti condivisi. Quella contaminazione fa bene a tutti — ai cosiddetti sani e ai cosiddetti malati.
Come descrive il rapporto tra la comunità bolognese e la salute mentale? C'è qualcosa di strutturale che non funziona?
Siamo una comunità che avvolge noi tutti — anche, in un certo senso, malata essa stessa. Chi è più vulnerabile spesso si trova nelle condizioni peggiori per ricevere aiuto. Come nelle comunità terapeutiche, dove l'effetto comunità — le relazioni tra chi ci vive — è parte essenziale della cura, così io vedo anche la comunità allargata di cui facciamo parte tutti. Io vedo i cosiddetti malati come sensori: sono il sintomo di una sofferenza che attraversa tutta la società. Se riuscissimo a rapportarci in modo più solidale, più comprensivo anche tra noi, quello sarebbe il contesto in cui chi è vulnerabile potrebbe stare un po' meglio.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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