di Federico Mascagni
Ventiquattro Trattamenti sanitari obblicatori, quarantatré ricoveri volontari, centoventicinque settimane di degenza distribuite su quindici anni, raccontate da dieci persone che quei reparti li hanno vissuti dall'interno. Non si tratta di un'indagine statisticamente rappresentativa, come precisa il documento stesso, ma di un contributo sistematico e documentato: questo è il senso del report “Ricordi dai TSO. Gli utenti al centro, una pratica da umanizzare” prodotto nel 2026 da un gruppo liberamente promosso dalle associazioni del Cufo nell'ambito del progetto di recovery Passaporta condotto con il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell'Azienda USL di Bologna.

I protagonisti sono dieci ESP — Esperti nel supporto tra pari — con esperienza diretta di ricoveri presso strutture bolognesi: l'SPDC Maggiore, l'SPDC Malpighi, Villa Baruzziana, la residenza Arcipelago, la Casa degli Svizzeri e Villa Azzurra a Riolo Terme. Il lavoro si è sviluppato in nove incontri da tre ore ciascuno, con un metodo di ascolto non valutativo: ogni partecipante ha narrato la propria esperienza, senza interruzioni e senza commenti. Il testo è stato facilitato e trascritto da Marie Françoise Delatour, referente Passaporta per le associazioni del CUFO.
A conclusione del percorso è stato consultato anche un secondo gruppo di cinque giovani adulti — maggiorenni, alcuni dei quali ricoverati negli ultimi due anni — per verificare se la situazione percepita fosse cambiata di recente. I loro ricordi hanno in larga parte confermato quelli degli ESP, con qualche sfumatura positiva riguardo ai rapporti con gli operatori, “ma non in tutti gli SPDC sperimentati”, si precisa nel documento.
Due partecipanti, nel corso del lavoro, hanno scelto di ritirarsi dagli incontri in presenza per “non riaprire la ferita adesso, guardare indietro è troppo duro”. Ma hanno continuato a contribuire per iscritto, via email.
Il vissuto durante i ricoveri: disorientamento, contenzione, farmaci
L'ingresso: nessuno spiega niente
Il momento dell'accoglienza è uno dei nodi più ricorrenti nelle testimonianze. L'arrivo in reparto avviene spesso in condizioni di crisi acuta, senza che venga fornita alcuna informazione su dove ci si trova, perché, e con quali diritti.
“Ho avuto un tracollo improvviso; mi sono ritrovato in un letto. Non sapevo dove ero e perché, non capivo”. “Che cosa ho? Dove sono? Mi hanno arrestata? Chiedevo di parlare con il medico ma mi hanno risposto che non si può”. “Quando mi hanno fatto firmare per il TSV, non sapevo che cosa ho firmato. Non mi è stato spiegato niente”.
Gli ESP descrivono una deprivazione immediata degli effetti personali — lacci, cinture, caricabatterie, orologio, catenine — senza spiegazione: “Sono rimasto allibito, ho avuto l'impressione di andare in un posto molto pericoloso”. Un paziente ricorda di non aver mai capito la differenza di trattamento tra TSO e ricovero volontario: “Una volta che sei dentro, non sei più nessuno”.
La contenzione e i farmaci: il problema del consenso informato
Le testimonianze sulla somministrazione dei farmaci sono tra le più pesanti del documento. Al centro c'è la questione del consenso informato, che molti descrivono come sistematicamente assente.
“Durante il mio primo ricovero ho fatto quattro mesi di vuoto totale imbottito di medicine”. “Non ti davano i nomi delle medicine, andavano a colori delle pastiglie. Il consenso informato non esiste per nessuno”. “Mi hanno fatto il depot senza dirmelo, non sapevo nemmeno che cosa fosse. Io ero fuori di testa con il depot, mi si sono gonfiati i piedi, avevo sempre mal di testa”.
Più di un testimone segnala la sedazione come strumento di gestione prioritario rispetto alla cura: “La reclusione e la legatura chimica è peggio di quella fisica; si fa un processo di sedazione, non un processo di cura”. E ancora: “Sedare = annullare una persona”.
Il report raccoglie anche segnalazioni di cambi terapeutici immediati all'ingresso, senza raccordo con lo psichiatra territoriale: “All'ingresso mi hanno completamente cambiato la terapia di sana pianta, senza sapere il perché della terapia di prima. Perché cambiano sistematicamente le medicine e danno a tutti la stessa pappa?”
La vita quotidiana: il tempo vuoto e l'acquario
Il reparto del Maggiore è descritto in più testimonianze attraverso un'immagine precisa: la postazione blindata degli operatori al centro del corridoio, la cosiddetta “guardiola” o “acquario”. “Passi davanti ai vetri, bussi e non ti guardano nemmeno; si occupano delle loro carte”. Un ESP chiarisce che la soluzione non è abbattere la struttura, “ma fare uscire gli operatori dalla guardiola, farli entrare nelle camere e parlare con te, occuparsi di te”.
Il problema del tempo non strutturato è trasversale a tutte le strutture citate: “Avevo tutto questo tempo che non sapevo come utilizzare; era vita sprecata, non vissuta; mi sentivo inutile”. La giornata, per chi non fuma, è descritta come scandita quasi esclusivamente da farmaci e pasti. Alcune testimonianze ricordano positivamente periodi precedenti in cui si giocava a carte, si guardavano film, si chiacchierava con gli operatori; poi, il racconto cambia: “Dopo si sono barricati nella guardiola, c'è stato il disinteresse degli operatori, con i pazienti lasciati a sé stessi”.
Non mancano esperienze positive, anche significative. Alcuni ricordano con calore infermieri disponibili, la qualità del cibo in certe strutture, la profondità dei rapporti che si instaurano tra pazienti. “Si conosce un sacco di gente che sta facendo la tua stessa esperienza. Cadono le maschere, i filtri. C'era una vera profondità di rapporti; vorrei ritornare tra i ricoverati”.
Il "dopo": il vuoto del post-ricovero
Se il durante è difficile, il dopo è spesso peggio. Le dimissioni avvengono senza un progetto strutturato di continuità, senza aggancio sistematico ai servizi territoriali, senza indicazioni sulle risorse esistenti.
“Quando esci, ci deve essere una visione, un percorso strutturato con il Centro di salute mentale territoriale e con i servizi sociali. Ma niente di tutto ciò avviene”. “Quando sono uscito dal TSO, non sapevo nemmeno dell'esistenza dei CSM. L'ho saputo un anno dopo, perché mi sono dato da fare”.
Il problema della casa è ricorrente: “Quando esci da un ricovero, avere un posto dove andare è fondamentale, ma spesso non si può”. E ancora la perdita di lavoro, di relazioni, di orientamento: “All'uscita da un percorso di ricovero lungo non sapevo più fare nulla: fare il letto, prendere l'autobus, fare da mangiare. Avevo paura di uscire di casa da sola. Ho dovuto ricominciare a vivere nella società”.
Uno dei passi più duri del documento riguarda il rapporto con il sindaco come istituzione: “Il sindaco è subito pronto a firmare per un TSO, perché sei un suo cittadino. Ma dopo, non si interessa più a te: non viene a trovarti quando sei ricoverato, non ti manda i servizi sociali, non ti aiuta a risolvere i problemi sul territorio. Dopo, non sei più un suo cittadino”.
Lo stigma: una doppia pena
Il capitolo sullo stigma registra una dimensione che inizia ancora prima dell'uscita. “Quando sono uscita per la prima volta, era come se fossi uscita da un manicomio; ho incontrato molti pregiudizi, molta ignoranza di base; il ricovero diventa una carta per distruggerti”.
Di contro, non mancano esperienze di reinserimento riuscito: “Quando sono ritornato in fabbrica dopo un anno di malattia, ho ritrovato il mio posto senza problemi. Non mi hanno declassato, non c'è stato stigma”.
Il documento cita anche i day hospital come strumento fondamentale di transizione, e ne lamenta la progressiva chiusura: “Bisogna fare una battaglia per tenere aperti i day hospital. Per me è stato una rinascita. Li stanno chiudendo per risparmiare, e nessuno dice niente”.
Due modelli a confronto: Maggiore e San Giovanni in Persiceto
Il report include estratti da una visita ispettiva aziendale (CCM, settembre 2021) che consente una comparazione diretta tra due SPDC dell'Ausl bolognese. Il Maggiore è descritto come struttura moderna con spazi adeguati, ma con aree verdi sostanzialmente inutilizzabili — il giardino più grande non viene aperto perché il muro è ritenuto troppo basso e scavalcabile — e con un organico al 2021 privo di psicologi (zero su una pianta organica di 6 psichiatri, 22 infermieri e 4 OSS).
L'SPDC di San Giovanni in Persiceto presenta un profilo organizzativo significativamente diverso: aderisce al Club SPDC No Restraint, ha sviluppato nel tempo una cultura della non contenzione meccanica e spaziale, gli operatori pranzano insieme ai pazienti e li accompagnano nelle uscite nel parco antistante. Ogni stanza è singola con bagno privato. Il documento segnala che questo modello è frutto di anni di lavoro interno e di scambi con altre strutture analoga filosofia (Trento, Carpi, Ravenna).
La sentenza 76/2025 della Corte Costituzionale: una svolta sui diritti del paziente
Il report si chiude con uno degli allegati più rilevanti sul piano giuridico: l'estratto della sentenza n. 76 del 30 maggio 2025 della Corte Costituzionale (pubblicata in G.U. il 4 giugno 2025, n. 23), che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 35 della legge 833/1978 nella parte in cui non garantiva alla persona sottoposta a TSO di ricevere comunicazione del provvedimento che la riguardava, di essere sentita dal giudice tutelare prima della convalida, e di ricevere notifica del decreto di convalida stesso.
La Corte ha dichiarato che chi è in condizioni di degenza ospedaliera sottoposta a TSO ha diritto di ricevere comunicazione del provvedimento che dispone il trattamento e di essere ascoltata dal giudice tutelare prima dell'eventuale convalida. La sentenza introduce tre obblighi fondamentali — comunicazione del provvedimento sindacale, audizione della persona da parte del giudice tutelare e notifica del decreto di convalida — estendendo poi le medesime garanzie alla procedura di proroga del TSO.
Il gruppo ESP chiede che le strutture si preparino fin d'ora ad applicare questi cambiamenti, riconoscendo ai pazienti in TSO “la dignità di cittadini come tutti gli altri”.
Le proposte: umanizzare senza spendere
Il documento si chiude con un capitolo propositivo articolato, che il gruppo ESP consegna al DSM-DP. Le richieste principali riguardano: accoglienza personalizzata all'ingresso con informazioni chiare su diritti e percorso di cura; personalizzazione della terapia farmacologica e raccordo obbligatorio con lo psichiatra territoriale; superamento del paternalismo nella relazione operatore-paziente; attivazione sistematica di attività ricreative e di gruppo; preparazione condivisa del progetto di uscita con coinvolgimento dei servizi sociali e del territorio; istituzione di gruppi AMA specifici per chi ha vissuto un TSO.
“Umanizzare non costa soldi pubblici”, scrivono Antonio, Antonio, Barbara, Costanza, Fabio, Giovanni, Paolo, Roberta, Sandro e Simona — i nomi che firmano il testo — nella presentazione. “Si può fare già molto con quello che si ha oggi. Tutti assieme, medici, operatori, ESP, volontari. Ci vuole solo coraggio, ci vuole amore, ci vuole umanità e rispetto”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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