di Federico Mascagni
Fra i partecipanti ai corsi di scrittura autobiografica organizzati dalla Libera Università di Anghiari in collaborazione con l’Ausl di Bologna, la redazione di Sogni&Bisogni ha raccolto la testimonianza diretta di una partecipante, che racconta gli effetti che questa esperienza ha sortito in lei. E più in generale dell’effetto che la scrittura autobiografica può avere nell’elaborare la consapevolezza di sé.

Antonella, raccontami come ti sei avvicinata a questo corso di scrittura autobiografica.
Sono seguita dal Centro di salute mentale Navile e ho l'appoggio delle educatrici del Centro Tasso. Quando ho cominciato a venire fuori per quella che sono realmente, come una paziente altamente funzionale, è emerso che in passato avevo scritto per il teatro. Scrivere mi è sempre piaciuto e mi faceva star bene. Le educatrici mi hanno proposto questo corso del Recovery College. Mi è dispiaciuto solo che, essendo gratuito e aperto a tutti, non fosse molto pubblicizzato. I corsi recovery sono molti e interessanti, ma hanno spesso scarsa visibilità.
Gli educatori e i Csm sono quindi tramiti fondamentali a Bologna per queste iniziative?
Sì, la cosa bella è che conoscendo gli utenti sanno selezionare i corsi ad personam. Il problema è che per gli operatori è macchinoso trovare le informazioni sui siti; ci vorrebbe una guida più semplice. Con me hanno centrato l'obiettivo perché scrivere mi permette di far uscire il mio privato e analizzarlo, cosa che a voce non farei mai essendo molto riservata.
Qual è stato il tuo primo impatto con i laboratori?
Gli incontri estivi erano all'aperto, nei parchi, e stare in un giardino la sera rilassava molto. Ero curiosa della tecnica dei 10-15 minuti di scrittura su input esterni. Il primo incontro era sul mare. Io lo detesto, essendo nata a Rimini ho conosciuto un mare brutto. Sono andata nel pallone per un tempo limitato, poi però è venuto fuori uno scritto molto bello sull'estate in cui è morta mia madre: "2 giugno 2003". È stato anche letto al reading di Villa Mazzacorati, è una delle cose più belle che abbia mai scritto.
Che cos'è, secondo la tua esperienza, che "fa bene" della scrittura autobiografica?
Buttando le cose sulla carta le vedi con più chiarezza. Per accedere al corso di alta formazione in "Scrittura e Lettura Curativa" dell'Università di Modena e Reggio Emilia, ho dovuto scrivere il mio percorso di vita e di cura. È un corso bellissimo dove pazienti, caregiver e medici imparano le good practice per togliere il gap tra curato e curante. Rileggendo il mio racconto, specialmente la parte sull'infanzia segnata dai maltrattamenti di mio padre, ho provato rabbia e tristezza, ma ho visto quella bambina da fuori. La scrittura ti aiuta a non colpevolizzarti più. Ho pianto per quella piccola bimba che nessuno aveva aiutato; ne parlavo in terza persona perché vedevo le scene come uno spettatore.
Ritieni che possa essere un'arma a doppio taglio per chi fatica a gestire le emozioni più violente?
La selezione viene fatta a monte dai curanti, che sanno se c'è il rischio di trigger. Se una persona non ama scrivere, si propongono attività manuali come la ceramica, sempre per esternare le emozioni.
Cosa ti è rimasto, oggi, di questo percorso?
Piace a tutti, utenti e organizzatori. Una volta l'input era il desiderio e ho avuto un attacco di panico. Ma ho respirato e ci ho provato: è uscito uno dei miei testi più coraggiosi. Nonostante il trigger, ho affrontato l'emozione. Quando ho finito tremavo ancora, ma mi sentivo più leggera dei miei 55 chili.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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