di Federico Mascagni
Vista da fuori, Bologna è una città certo piena di contraddizioni, ma che continua a stupire per il forte senso civico degli abitanti e la loro capacità di dare una risposta concreta alle necessità irrisolte, svolgendo quel ruolo sussidiario su cui purtroppo i decisori politici fanno sempre più conto. Ma a remare contro è il mercato. La sua manifestazione peggiore a Bologna è rappresentata dal caro-affitti, che oltre a colpire le fasce più povere investe duramente anche quelle organizzazioni non-profit che sono proprio le realtà di supporto alle mancanze amministrative. Martina Morrone, operatrice della onlus L'arco-Corrispondenze per la Recovery, ha raccontato il percorso dell'associazione verso una nuova sede in zona Cirenaica: un viaggio collettivo che trasforma un’esigenza economica in un’opportunità di co-progettazione e mutuo aiuto fra realtà del non-profit.

La crisi del mercato privato e la scelta del cambiamento
Per un'associazione senza scopo di lucro che nel campo della salute mentale offre servizi a prezzi calmierati e organizza iniziative gratuite, la sostenibilità economica degli spazi è alla base della propria esistenza. Martina Morrone racconta come a un certo punto l’Arco rischiava di cedere: “La nostra vecchia sede era bella, ma molto costosa. Di anno in anno sempre di più. Abbiamo cercato soluzioni alternative nel privato, ma senza risultati sostenibili”.
Il peso dell'affitto incideva in modo sproporzionato sul fundraising, che è un lavoro impegnativo e fondamentale per un’associazione che intenda offrire una molteplicità di attività. “Il lavoro di chi si occupa della raccolta fondi, che era canalizzato sui servizi per le persone, era sempre più assorbito dalle necessità della locazione. Cambiare sede è stata una decisione sofferta, perché quel posto lo avevamo reso nostro. Era importante per il gruppo di lavoro e per chi lo frequentava”.
“Chiuso ma aperto”: la partecipazione come bussola
Il trasloco non è stato un evento subito passivamente, ma un processo maturato attraverso anni di ascolto. “Sia il gruppo di lavoro che la community sono stati coinvolti a immaginare un dopo”, spiega Morrone. Questo percorso è stato supportato da una ricerca dell'Università di Bologna (2021/2022) che, fra i vari argomenti trattati, ha suscitato l'emersione dei desideri dei soci.
Si sottolinea una richiesta architettonica e simbolica precisa per il nuovo setting: “I ricercatori hanno raccolto richieste riguardanti l'accoglienza, il riconoscimento dello spazio e la sua conformazione, aperta ma sicura. Gli spazi devono essere a libero accesso, ma con stanze chiuse per parlare di questioni personali, dotate però di ampie finestre: chiuso ma aperto”.
La voce dei soci: l'Arco come “porto sicuro” e “luogo di speranza”
Le interviste ai frequentatori dell'Arco restituiscono la profondità di ciò che questo spazio rappresenta. Per molti, la sede è una “zona franca in cui si può parlare di sé con minor timore del giudizio o di conseguenze negative (farmaci, ricovero)”. È un luogo che cura il trauma della squalifica: “Posto sicuro perché qui non sono vista come un mostro (come mi vedo io)”. Per altri ancora è spazio di espressione: “C’è chi ha chiesto – racconta Morrone – di poter avere una stanza all'Arco per un'oretta per leggere le mail o fare le sue cose di casa, perché tra le mura dell’Arco si sente in uno spazio sicuro e riesce a non procrastinare”.
Lo spazio dell’Arco è visto come un generatore di autonomia: libertà individuale: “Una strada che fai da solo, anche se ci sono persone di fianco a te. Lo vedrei più come uno spazio che come un effetto reale, perché l'effetto è individuale”; contro lo stigma: “Un luogo di riposo dove una persona può vivere la propria condizione in serenità, senza sentirsi stigmatizzata. Qui si stimola a vedere i punti su cui riflettere per farcela”.
Interlinea 37: il condominio associativo e l'abbattimento del canone
L'occasione di svolta per risolvere il problema della sopravvivenza dello spazio è arrivata con un bando del Quartiere San Donato per una palazzina di via Scipione dal Ferro. “Il bando non era per una singola associazione, ma per un progetto di utilità sociale per la comunità”, racconta Morrone. L’Arco ha risposto costituendo un'Associazione Temporanea d'Impresa (ATI) con realtà impegnate su campi diversi: sport, musica, yoga e il Telefono Azzurro. “È stato un processo complesso, con l’obiettivo di redigere un progetto organico che avesse senso per la comunità”.
Il progetto, denominato “Interlinea 37”, ha portato all’Arco un abbattimento del 90% del canone, togliendo l’associazione dall’angustia costante per l’affitto. Il nome stesso è un ponte simbolico: “Linea 37 era il bus che nella strage del 2 agosto portava avanti e indietro i feriti. Questa idea di vicinanza nei momenti difficili l'abbiamo tenuta come ispirazione”.
In questo contesto, il fundraising è diventato uno strumento di comunicazione: “La raccolta fondi serviva per dire a tutti che stavamo traslocando e chiedere una mano per avere risorse migliori per le persone. Nella salute mentale andare verso il pietismo è un attimo”.
Prospettive future: tra cantieri e nuove reti
L'Arco è operativo nella nuova sede dal 12 gennaio. Il trasloco è stato fatto durante la pausa natalizia (“abbiamo imbiancato, attaccato quadri, pulito”) per non interrompere un servizio vitale in un periodo dell'anno spesso tragico per la salute mentale.
“Siamo in una fase di orientamento e co-costruzione con le altre associazioni - conclude Martina Morrone - Siamo più vicini al centro, più raggiungibili con i mezzi, la ciclabile e il treno. È una rinascita economica, ma anche un riconoscimento del nostro lavoro da parte del quartiere. Stiamo ancora capendo come arredare tutto, chiedendo consigli ai soci. Tutto questo ci aiuta a capire dove stanno i paletti e dove le nuove opportunità”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
presso Istituzione Giancarlo Minguzzi
Via Sant'Isaia, 90
40123 Bologna
Codice Fiscale: 91345260375
email: redazione@sogniebisogni.it