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I giovani che riprendono in mano la propria vita alla Casa degli Svizzeri

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Laura Pasotti, redattrice di Sogni&Bisogni

N. è seguito da un Centro di salute mentale cittadino da più di dieci anni. È stato ricoverato in strutture psichiatriche del territorio diverse volte. Ha fatto uso di sostanze e ha fatto cose che, racconta, nemmeno ricorda. Da un paio di anni è alla Casa degli Svizzeri, la residenza per il trattamento riabilitativo estensivo aperta a inizio 2023 nell'edificio che prima ospitava la Rems (la residenza per l'esecuzione di misure di sicurezza, oggi a Reggio Emilia).

Foto articolo REMS            Archivio Ausl Bologna Foto Paolo Righi/Meridiana Immagini

La struttura è in una zona periferica della città ma è immersa nel verde e ha stanze luminose e accoglienti che ospitano persone che hanno commesso reati per le quali è stata disposta una misura di sicurezza non detentiva perché non imputabili. Al momento ci sono 14 persone, quasi tutte giovani come N. “In carcere sarei peggiorato. Qui sconto la mia pena e ho la possibilità di curarmi”, ha raccontato lo scorso 7 ottobre all'incontro organizzato per la Giornata mondiale della salute mentale 2025 sui percorsi di cura, riabilitazione e reinserimento sociale in pazienti con doppia diagnosi. Un incontro molto partecipato, una trentina le persone presenti tra cui rappresentati dei centri di salute mentale, della psichiatria penitenziaria, dei servizi sociali, dell'ufficio per l'esecuzione penale esterna, del Sert, il garante comunale dei detenuti, alcuni familiari.

Alla Casa degli Svizzeri le persone imparano a rispettare gli orari, a curare la propria igiene e i propri spazi, a seguire le terapie. C'è la palestra, si organizzano laboratori espressivi e la domenica si mangia tutti insieme. Ci sono limitazioni, ad esempio all'uso del telefono e alla possibilità di uscire: non tutti possono farlo, dipende dalle prescrizioni del giudice, ma chi ha il permesso esce in autonomia, come N. che va a passeggiare e a pugilato. “Ho perso nove anni tra ricoveri e terapie pesanti e ho capito che erano le sostanze a farmi venire le psicosi. Adesso la terapia è meno pesante e posso fare delle cose. Ho deciso di stare bene e di non tornare indietro, l'ho promesso a mia madre. La droga non è più un tema, i miei amici non fanno uso di sostanze e tra di noi parliamo solo di cose belle”.

Le persone che si trovano alla Casa degli Svizzeri sono soprattutto giovani, che fanno uso di sostanze e hanno condotte disfunzionali che approdano nel penale, tra loro ci sono anche giovani di origine straniera con percorsi difficili e per i quali spesso le sostanze costituiscono una sorta di autoterapia. “Cerchiamo di lavorare sulle aspettative e sui desideri delle persone. Il focus qui è il reinserimento nella società e il paziente è responsabile del suo percorso di cura”, ha detto Beatrice Gerocarni, responsabile della RTR-e Casa degli Svizzeri nell'incontro del 7 ottobre. Nel suo intervento la direttrice ha sottolineato alcune criticità come, ad esempio, il fatto che può capitare che i diversi reati commessi si riallineino in fase di cura e la persona che sta portando avanti il suo percorso riabilitativo torni indietro perché arriva un altro processo.

La libertà delle persone che si trovano alla Casa degli Svizzeri è limitata ma non come in un carcere. “Cerchiamo di evitare che si crei una frattura con l'esterno come accade invece in carcere e mi fa piacere che le persone parlino di questo posto come un'opportunità – ha aggiunto Gerocarni – , a volte le misure di sicurezza si protraggono per anni e può essere frustrante perché si perde il senso del perché le persone sono qui”. La durata massima dei percorsi è di due anni ma può capitare che le persone restino più a lungo e poi è possibile che la misura di sicurezza venga rinnovata, anche per un tempo indefinito dando origine ai cosiddetti ergastoli bianchi. In due anni di apertura della Casa degli Svizzeri sono state 4 le dimissioni al domicilio.

Dall'incontro è emersa la necessità che la rete tra i servizi del territorio diventi più stretta, per avere un quadro il più possibile completo della persona: centri di salute mentale, servizi sociali, Ufficio per l'esecuzione penale esterna, devono creare spazi di confronto nei propri programmi operativi settimanali per creare percorsi di cura che siano davvero integrati. E per evitare che le persone finiscano in carcere, il luogo meno adatto per costruire percori di reinserimento e cura, e dove anche una detenzione breve può avere effetti drammatici sui più fragili.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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