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Le emozioni: un ponte per la recovery nei disturbi del comportamento alimentare

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Chandra Signorile, redattrice di Sogni&Bisogni

La redazione ha partecipato a uno dei webinar promossi da Corabea, una piattaforma online che si occupa di disturbi del comportamento alimentare (Dca). Il webinar “Perché guarire non è sempre sentirsi meglio” ha approfondito il tema dell’integrazione tra psicologia e nutrizione nei percorsi terapeutici, con un focus particolare sul ruolo delle emozioni. Paura, rabbia e tristezza sono emerse come esperienze centrali nei disturbi alimentari, non solo come ostacoli, ma come segnali da ascoltare e comprendere per favorire un cambiamento autentico.

PONTE DCA

La paura, tra le prime emozioni ad attivarsi, è stata esplorata sia dal punto di vista psicologico che nutrizionale. In ambito clinico, spesso assume la forma dell’ansia, legata all’incertezza, alla trasformazione e alla perdita di controllo. La paura del cambiamento è molto comune e può emergere in momenti di passaggio tra i più disparati: durante l’adolescenza o paradossalmente all’inizio di una terapia. Si manifesta come timore di abbandonare vecchie abitudini o ideali di perfezione. Sul piano alimentare, si traduce nella paura di perdere un’immagine corporea idealizzata o nel controllo ossessivo del peso, dove la bilancia diventa misuratore di valore personale. Gli strumenti utilizzati per affrontarla, come la “piramide dei cibi fobici” o il diario alimentare, aiutano a ricostruire il significato emotivo del cibo, favorendo una graduale riconciliazione con l’alimentazione. Il problema rimane l’atteggiamento nei confronti del cibo e non il cibo in sé.

La rabbia, spesso trascurata, rappresenta invece un potente segnale di consapevolezza. Non bisogna considerare la rabbia come un’emozione poco funzionale, è la modalità di espressione che può esserlo. La rabbia in questo ambito, di solito si manifesta quando la persona inizia a percepire il disturbo non più come alleato, ma come ostacolo (ad esempio a causa di un Dca ci può essere un forte disagio nel partecipare a un’occasione conviviale come una cena). A volte ci si arrabbia perché si sperava di raggiungere determinati risultati e non ci si riesce, o non si sta nei tempi stabiliti. La rabbia può essere diretta verso l’esterno quindi genitori, professionisti e rete sociale o verso sè stessi, specie in presenza di imposizioni o giudizi. Se accolta e canalizzata, questa energia può trasformarsi in spinta motivazionale, diventando forza propulsiva nel processo di guarigione.

Anche le ricadute, comunemente vissute come fallimenti, sono state rilette come fasi fisiologiche di un percorso non lineare. Come per tutte le altre psicopatologie, le ricadute sono da tenere sempre in considerazione e anzi con il tempo si può imparare a prevederle e gestirle in maniera sempre più funzionale. La ricaduta può rappresentare un’occasione per acquisire maggiore consapevolezza sui propri bisogni e per lavorare su aspetti emotivi non ancora elaborati. Sono momenti in cui può riaffiorare la rabbia, talvolta come sintomo evidente di bisogni rimasti inespressi, e occasione preziosa per rafforzare la consapevolezza emotiva.

La tristezza, infine, è stata riconosciuta come segnale di una perdita: quella di una parte dell’identità legata al disturbo, di una modalità di protezione o di esperienze mancate. Questa emozione profonda, se accolta, apre lo spazio a un contatto più autentico con sé stessi, con i propri desideri e con relazioni più vere. È sempre difficile avere accesso alla tristezza: si impara fin da piccoli che non bisogna essere tristi, perché questo ci rallenta e non ci rende vincenti.

Nel corso dell’incontro si è sottolineata l’importanza della consapevolezza emotiva, non come strumento per eliminare le emozioni, ma per comprenderle e tollerarle. Molte persone con disturbi alimentari utilizzano il cibo per anestetizzare stati d’animo difficili. Il lavoro terapeutico mira a sostituire queste risposte con strategie più funzionali, in un percorso che aiuta a “restare” nelle emozioni, senza esserne sopraffatti. Sul versante nutrizionale, è stato valorizzato il piacere del cibo come esperienza sensoriale e affettiva. Riscoprire il gusto, concedersi un alimento desiderato, condividere un pasto senza ansia da giudizio: tutti aspetti fondamentali per ricostruire un rapporto sano e libero con l’alimentazione. In questo senso, nutrizione e piacere non sono in opposizione, ma due aspetti da integrare.

L’immagine corporea, spesso oggetto di severo giudizio, è stata affrontata con delicatezza. Il lavoro terapeutico punta a spostare il focus dal peso al significato che esso assume, promuovendo un rapporto più compassionevole con il corpo, lontano dall’ideale di perfezione e più vicino all’accettazione.

Guarire, quindi, non significa eliminare le emozioni difficili, ma riappropriarsi della libertà di scelta, imparare a convivere con le proprie fragilità e a rispondere ai propri bisogni con autenticità. In questo percorso, ogni emozione diventa guida: la paura segnala i confini da superare, la rabbia ciò che non è più tollerabile, la tristezza ciò che va ritrovato. Ascoltarle è il primo passo per trasformare il sintomo in possibilità di crescita, e il disturbo in occasione di cambiamento profondo.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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