di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni
Al disagio mentale si accompagna spesso una resistenza nel seguire le regole che scandiscono una vita considerata normale, fatta di orari, di impegni, di responsabilità. Ci si trova a rimandare perché si è assaliti dal panico all’idea di affrontare doveri verso i quali si teme di non essere adeguati. Che non vuol dire essere incapaci. Quando persino una bolletta da pagare diventa un impegno insopportabile vuol dire che una mente malevola ci suggerisce di non avere le forze necessarie per affrontare le cose. E il corpo reagisce a questo impulso di conseguenza.

Nel caso di Elena questa difficoltà si manifesta con una forte sonnolenza, sintomo tipico di chi soffre di una profonda depressione. Il letto si trasforma in una culla accogliente, la stanchezza trasporta nell’oblio, ma nel dormiveglia si insinua il turbamento del senso di colpa. Ancora una volta si è in posizione orizzontale, la testa poggiata sul cuscino a osservare il soffitto chiedendosi per quanto tempo si dovrà ripetere questa rinuncia alla vitalità. Delle abitudini si è parlato in tre appuntamenti organizzati per i Recovery College dall’Associazione L’Arco, con il coordinamento del dottore Michele Filippi e gli interventi di utenti ed Esp (Esperti in supporto tra pari).
A Elena il compito di raccontare la sua esperienza. Più che abitudini quelle che elenca, nell’introdursi agli altri, sono ossessioni. Aveva quella di tirarsi i capelli, ma è passata. Continua a fumare, ma questo incontro, dice, non è fatto per smettere di fumare. Anche se c’è da chiedersi quanto e perché questa droga legalizzata sia capace di insinuarsi nella vita di chi assume psicofarmaci. Continua invece la sua dipendenza per i social, che è un fattore comune a tantissimi, figurarsi per chi ha difficoltà a uscire di casa. Abitudini che fanno male e fanno stare male ma che Elena non riesce a cessare in nessun modo.
Ma ciò che la avvolge completamente fino a immobilizzarla è il sonno. “Quando sto male mi azzero e mi metto a letto. Non è un sonno ristoratore: quando mi sveglio infatti sono più stanca di prima. Però mi aiuta perché il mio cervello non pensa alla sofferenza. È talmente tanta che è meglio mettermi in stand-by nella speranza di stare meglio”. È come un pensiero magico: l’idea di un ciclo quotidiano di morte e rinascita, nella speranza che al risveglio avvenga una trasformazione, nella quale il pensiero è ripulito. “Il sonno mi fa passare le giornate - spiega Elena - ma in questo modo possono passare anche settimane e mesi”. Un'abitudine che ha un effetto immediato. “Se non è giornata mi sdraio, tempo cinque minuti e dormo. E poi sono contenta se al risveglio è già pomeriggio tardi, così preparo la cena, faccio qualcosa che sento sia utile”.
Quando l’abitudine imposta da un disturbo diventa uno stile di vita chi ti è accanto si preoccupa, soprattutto se di quel sintomo riesce a vederne solo l’anomalia sociale. “I miei genitori mi chiamano al telefono tutti i giorni. Voi direte ok, sono i tuoi genitori. Sembra brutto che non voglia parlargli tutti i giorni. In realtà mi fanno stare male perché mi ripetono ciò che so già da sola, cioè il fatto che non ho un lavoro, il fatto che sono sposata con una donna invece che con un uomo. Nonostante con la psichiatra e con la psicologa abbiamo fatto insieme un percorso per cercare di minimizzare le voci che loro portano dentro di me, è comunque ancora molto difficile affrontare ogni giorno la loro chiamata, perché equivale a farmi sentire un fallimento. Per scardinare questa abitudine, che mi fa stare male, con la psichiatra sono arrivata alla conclusione che devo diminuire il tempo passato al telefono con loro e comunque vederli meno del solito. Questo non perché non gli voglia bene ma per salvarmi da questo assalto. Ecco come lo chiamo, perché queste loro voci le sento già mie, è come se fossi io a parlare al posto loro”.
Parole che non necessitano di commenti, ma di una grande riflessione sul concetto dell’amore familiare. Di come questo rapporto esclusivo che nasce dal sangue e dall’affetto incondizionato possa pesare come un macigno nella serenità della persona, possa essere d’ostacolo come una montagna all’autodeterminazione. La presunzione di sapere esattamente come comportarsi coi propri figli solo perché si è genitori non è poi così diversa dal giudizio espresso sulle fragilità di chi non si conosce. Elena lo dimostra nel momento in cui ha avuto la forza di impossessarsi della sua energia residua, nascosta dentro di lei, e di uscire dalla tana casalinga. “Ho preso coscienza delle mie azioni. Per poter cambiare serve una motivazione. La mia motivazione è semplice: voglio stare bene. E voglio cercare di guarire da questa malattia, quindi non c'è motivazione migliore di questa per andare avanti e fare il mio percorso senza che ci siano cose che me lo impediscano. Mi sono data un obiettivo fatto di piccoli passi, con la volontà di riconoscere anche il passo più piccolo”.
Ora Elena esce di casa, aiuta Michele Filippi a organizzare e pubblicizzare gli appuntamenti dei Recovery College e, da Esp, con la sua testimonianza è stata in grado di portare tutti i presenti a empatizzare con lei, in un confronto diretto dove ognuno si è trasformato in esperto in supporto tra pari per un giorno, riconoscendo per esperienza i suoi problemi, proponendole possibili soluzioni. Il risultato? Emàncipati amorevolmente dai tuoi genitori, affìdati alle cure della tua compagna e se hai sonno abbandonati serenamente. Aggira la mente e trasformalo in un momento di cura dedicato a te.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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