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Le storie delle persone raccontano le difficoltà ma anche le possibilità terapeutiche

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni

L’11 aprile nella succursale del Liceo Classico Minghetti in via Ca’ Selvatica 7, l’aula si riempie velocemente di operatori, utenti e familiari della salute mentale, lasciando ai ritardatari i posti in piedi. Le storie delle persone saranno al centro della giornata organizzata dal Cufo (il Comitato utenti, familiari e operatori della salute mentale) per fare il punto sui Progetti terapeutici riabilitativi individualizzati, dice Antonella Misuraca, presidente del Cufo, perché ci raccontano le difficoltà e le possibilità terapeutiche.

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Da parte delle istituzioni si parla purtroppo quasi esclusivamente di difficoltà. La dottoressa Anna Maria Petrini, fresca direttrice dell’Ausl di Bologna, consapevole della situazione dell’Azienda sotto il profilo economico e organizzativo, richiama alla necessità della coprogettazione con tutti i portatori d’interesse, soprattutto con gli enti locali. È necessario un lavoro di squadra, multidisciplinare, che parta dalle esigenze per studiare le strategie, integrate con tutta la rete della salute e basate su un confronto continuo con la Regione Emilia-Romagna.

Passa così la palla ad Alessio Saponaro, Responsabile Area Salute mentale della Regione, che ancora più esplicito ricorda che l’intervento sulla salute mentale del governo consta di 165 milioni di euro stanziati per le dipendenze patologiche e zero euro per la psichiatria adulti e la Npia. Davanti a un panorama così desolante Saponaro indica nel Progetto Terapeutico Riabilitativo Individualizzato (PTRI) la via che dovrà essere percorsa, che vede coinvolti la persona stessa, la sua famiglia, gli operatori sociali e sanitari e le cooperative sociali per promuovere l'inclusione sociale, l'autonomia e il reinserimento nella comunità. In questo processo Saponaro chiede alle associazioni di entrare nella coprogettazione, anche perché questo strumento diventerà obbligatorio.

Il messaggio sulla mancanza di stanziamenti da parte del governo nazionale viene ricevuto dalla platea come una doccia fredda. Adesso tocca alle testimonianze mostrare chi questo PTRI dovrà aiutare, con quali storie di sofferenza dovrà confrontarsi. Emerge la complessità degli umori, dei sentimenti e dei dolori delle persone con fragilità psichiatriche, elementi con cui gli operatori devono per forza fare i conti e affrontarli con la maggiore sensibilità possibile. Si spiega in aula che ci sono momenti in cui si vuole chiedere aiuto e momenti in cui si vuole essere lasciati in pace. È una fase di blocco in cui la persona sofferente non vuole, non riesce a essere aiutata. Per uscirne c’è bisogno di persone e servizi. C’è chi trova un equilibrio attraverso il lavoro, anche se l’ideale sarebbe che i luoghi dei tirocini fossero facilmente raggiungibili. C’è chi lo trova attraverso l’attività fisica, che non è solo movimento ma anche contatto fisico fra due corpi e la partecipazione a una squadra, un gruppo e al rispetto delle regole.

C’è chi riesce a superare la propria introversione causata dalla sofferenza attraverso un tirocinio che mette a contatto con altri utenti e sviluppa l’empatia. C’è d’altra parte chi nei contesti dove è presente solo la fragilità prova un tracollo emotivo.
C’è chi vive in un paesino ed è il matto del villaggio, il brutto elemento, la pietra dello scandalo. Quasi sempre persone che presentano doppie, triple diagnosi e vivono in condizioni igienico sanitarie precarie dalle quali non riescono a emanciparsi, innanzitutto a causa dello stigma della piccola comunità. Fra le testimonianze qualcuno dice: impara a fare cose che fanno bene. Ogni giorno. Trova un posto migliore dove stare, trova i tuoi luoghi del cambiamento.

Per essere credibili con quella fascia crescente di disagio mentale che è rappresentata dai più giovani si riscontra la necessità di luoghi che non siano connotati come strutture esclusivamente terapeutiche. Fra questi si saluta la novità della struttura di via dell’Osservanza, dove ragazze e ragazzi possono trovare un ambiente accogliente dove socializzare e dedicarsi ad attività ricreative. Nel pomeriggio riprendono i lavori della giornata con un gruppo più ristretto e chi partecipa siede in cerchio per dialogare sulle proprie esperienze, fra operatori, familiari e utenti.

Lo stigma può manifestarsi anche nei luoghi considerati più protetti. Emerge la differenza nella gravità delle singole condizioni, e perdere la propria identità in un generico “noi” viene riconosciuto come un auto-stigma che colpisce profondamente la sensibilità di chi trova difficile rispecchiarsi in chi è comunque fragile ma diverso da sé.
C’è la paura della diagnosi formalizzata dalla quale non si esce più; una patente che etichetta la persona spesso per tutta la vita. È un costrutto in realtà molto debole che tenta di dare un nome definitivo ai sintomi, quando invece il disturbo è in continuo movimento. D’altra parte la diagnosi non deve nemmeno diventare un alibi per non sforzarsi di migliorare la propria condizione.

Dalle famiglie proviene una chiara richiesta di un maggiore supporto da parte degli operatori, e fra gli operatori ci si interroga se si rispetta sempre correttamente il proprio mandato. Tutti però concordi su un punto: sedersi in cerchio e ragionare fra le parti è una delle pratiche più importanti ed efficaci per migliorare i servizi, i rapporti di fiducia e le prospettive di cura. Se il futuro si fa nero davanti a un bilancio zero delle risorse diventano sempre più necessari questi tipi di confronto.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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