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Come funziona il percorso di recovery young nato a Casalecchio

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Laura Pasotti, redattrice di Sogni&Bisogni

Dal 2023 a Casalecchio di Reno è nato un percorso di recovery dedicato a giovani dai 16 ai 23 anni organizzato dal Centro di salute mentale insieme alla Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza e alla cooperativa sociale Il Martin Pescatore. “C'era l'esigenza all'interno dei servizi, sia Csm che Npia, di incontrare ragazzi e ragazze in uno spazio più adatto a loro, in cui potessero sentirsi più a loro agio, e anche noi. Poiché il recovery college sta plasmando i servizi a Casalecchio e in tutto il dipartimento, è nato l'interesse a sviluppare in questa formula una progettualità per questa fascia di età, che ha molte più cose in comune che differenze, nonostante in mezzo ci sia il passaggio all'età adulta”, racconta a Sogni&Bisogni Laura Negrelli, psichiatra del Csm.

recovery young

Silvia (il nome è stato cambiato per motivi di privacy) ha partecipato a uno dei corsi di recovery young di Casalecchio: “Ho deciso di partercipare per fare un percorso di autocomprensione e non di guarigione. Ed è proprio un percorso, che continua anche quando non sono fisicamente dentro l'aula del recovery young”. Anche Giovanna (il nome è stato cambiato per motivi di privacy) ha iniziato quel percorso: “Non dobbiamo immaginarlo come un luogo in cui c'è un insegnante con noi ascoltiamo e prendiamo appunti, ma come un libero scambio tra i partecipanti. Ho partecipato perché avevo bisogno di questo”.

Il gruppo young è nato dal corso di recovery base per gli adulti, rimodulando gli incontri perché i concetti principali sulla recovery fossero dedotti dalle esperienze offerte nel corso del gruppo e formulati dalle loro stesse parole. “Abbiamo limitato le spiegazioni frontali rispetto al gruppo degli adulti, perché i giovani hanno più urgenza di raccontare la loro opinione, il proprio punto di vista, di sentirsi protagonisti. Fanno più fatica ad accogliere risposte già pronte”, dice Negrelli. “C’era il bisogno di fare un gruppo per noi giovani, perché abbiamo problematiche comuni, che spesso si differenziano da quelle dei più adulti”, aggiunge Giovanna.

Per Silvia, il corso di recovery è stato una luce in fondo al tunnel, “perché quando me l’han proposto ero in uno stato emotivo molto basso e la mia psichiatra mi ha consigliato di andare a sentire che cos’era questa novità e di andare a vedere come mi sentivo. E appena ho messo piede lì dentro e ho sentito questi compagni della mia stessa età mi sono sentita molto meno sola”. Giovanna ha pensato di rinunciare due ore prima dell'incontro, “invece poi ho sentito dentro di me una piccola motivazione, una curiosità ad andare e ho fatto bene. Poi ora sono qui, ho fatto l’intero corso e ora faccio la facilitatrice”.

L'obiettivo dei percorsi young, così come di tutto il recovery college, è favorire il benessere psichico, sociale e fisico delle persone, capendo insieme che cos’è per ognuno. E il bisogno che chi partecipa a questi percorsi esprime è quello di incontrarsi, di fare rete in contesti comunitari accoglienti in cui esercitare un ruolo attivo. “Il corso è solo l’inizio di un percorso di consapevolezza e presa di coscienza, anche di non esser soli perché la malattia mentale non è una cosa che riguarda solo noi stessi, ma scopriamo che ci sono tante persone intorno che stanno proprio come noi. Questa presa di coscienza è importante anche per guarire”, dice Giovanna.

I gruppi sono piccoli, al massimo 15 persone, per dare a tutti la possibilità di interagire. Insieme a loro ci sono almeno 5 facilitatori che gestiscono le dinamiche del gruppo, danno voce a tutti e fanno attenzione a come stanno i partecipanti, che spesso hanno problemi importanti. “Lo scambio che si è creato tra i partecipanti è stata la cosa che mi ha nutrito di più – racconta Giovanna - tra noi giovani ma anche con le esperienze degli adulti che si sono messi in gioco al pari nostro, uscendo dal loro ruolo”. Il primo giorno Silvia era molto titubante e anche molto stanca, perché “avevo provato di tutto e un po' in realtà non ci credevo in questa cosa”. Poi il gruppo è iniziato, “chiedendo il nostro nome e da dove derivasse, ho sentito che c’erano molte analogie con le storie che sentivo raccontare e più passava il tempo, più mi sentivo vicina e capita da queste persone, più di quanto a volte ci capita da parte di nostri parenti o psicologi o amici stretti. Così sono uscita dal primo incontro molto leggera, per la prima volta”.

La caratteristica principale di questo percorso rivolto ai più giovani è la co-produzione del gruppo, “i giovani che contribuiscono a organizzare gli incontri portano un loro segno distintivo, i loro contenuti, i loro linguaggi, il loro modo di vedere la recovery. Per questo ogni edizione non è mai uguale a quella precedente: di volta in volta i ragazzi crescono, evolvono nel percorso di recovery personale, cambiano e quindi portano altro. E con loro noi operatori, che facciamo il percorso insieme a loro, e che con loro ci trasformiamo e cambiamo”, spiega Negrelli.

Nel corso c'è una traccia, ma ogni incontro viene costruito insieme, da operatori, facilitatori e partecipanti, “anche il modo di rispondere a questa intervista è stato discusso e fatto insieme”. L'idea è quella di creare un percorso con loro, i ragazzi e le ragazze, e non per loro. “Nel corso non c’è distinzione tra noi facilitatori e gli operatori, non si sente questa distinzione gerarchica e di età (perché gli operatori sono più vecchi di noi), il gruppo è coeso e questa differenza viene meno”, dice Giovanna. “Noi siamo veri facilitatori perché i ragazzi e le ragazze parlano tantissimo e man mano che si conoscono gestiscono il gruppo in modo autonomo”, aggiunge Negrelli.

Il corso è molto strutturato ma più giocoso ed esperienziale rispetto a quello per gli adulti, “ma un filo conduttore c'è sempre”. Uno per ogni incontro: capire cosa vuol dire prendersi cura di se stessi al di là della diagnosi, che cosa vuol dire mettersi in gioco e come si passa attraverso le fasi del cambiamento, “non possiamo aspettarci di tornare come prima dopo un momento critico, accettare che si è cambiati”, quanto quello che noi pensiamo può incidere sulla nostra vita e poi gli obiettivi di fiducia, “lasciamo lavorare i partecipanti liberamente per cercare un obiettivo, piccolo, raggiungibile in poco tempo, per migliorare qualcosa della loro vita”,

Al compimento dei 18 anni ragazzi e ragazze in carico alla Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza vengono trasferiti al servizio di cura degli adulti, “con il rischio che escano dalla rete dei servizi”. Ecco perché, spiega Negrelli, “è sempre più necessario superare questa separazione e questo gruppo si pone anche l’obiettivo di fare questo: favorire il passaggio tra i servizi, garantire continuità nel lavoro impostato grazie a una contaminazione di linguaggi, di esperienze, di modalità di lavoro tra Npia e Csm”.

È una rete per ragazzi e ragazze, per non perderli e “per noi del Csm, che lavoriamo con gli adulti, un modo per capirli meglio, per lavorare con modalità che impariamo a conoscere meglio nel contato con i colleghi della Npia. Ma è anche un luogo in cui ragazzi in crisi, ma non afferenti ai servizi, possano trovare un punto di appoggio per ripartire, sperando che ai servizi non debbano mai afferire”. Gli operatori coinvolti nel percorso di recovery young, oltre a Negrelli, sono Arianna Castellani del Csm, Agnese Drusiani e Rita Zamboni della Npia, Marika Ghezzi (infermiera) e Anna Rita Fiorentini (educatrice) del Csm, Francesca Scali della cooperativa Il Martin Pescatore.

Perché il gruppo fosse aperto a qualsiasi ragazza o ragazzo che sentisse di essere in un periodo di crisi e avesse bisogno di un punto d'appoggio è stato scelto un luogo non connotato per i corsi: prima la Casa della solidarietà di Casalecchio (ex Salvemini, sede di molte associazioni del territorio), poi la Casa della Comunità. L'ultima edizione è partita nella casa del recovery college di Casalecchio di Reno, il Centro polivalente Recovery di via Margotti. I partecipanti arrivano dai servizi, ma qualcuno anche dalle scuole dove sono stati fatti incontri per far conoscere il corso durante assemblee di istituto, con rappresentanti di classe dell'ultimo anno delle superiori, tramite insegnanti sensibili. “Ancora rimane un tasto dolente la pubblicizzazione nelle scuole e in generale nella comunità, ma abbiamo diversi progetti in cantiere per coinvolgere maggiormente il mondo scolastico in futuro”.

Il corso di recovery young dura tre mesi, con quattro incontri. L'ultima edizione terminerà a maggio, e poi ne partirà un'altra a ottobre. Ma in realtà il percorso non finisce dopo il quarto incontro. “Fin dalla prima edizione i partecipanti hanno detto che quattro incontri sono pochi e così ne abbiamo previsti altri quattro, in questo caso tra aprile e maggio, con laboratori in cui condividere emozioni, lavorare con il disegno e i colori, con discussioni sono più. È un modo per permettere al gruppo di crescere e diventare un punto di riferimento per ragazzi e ragazze”. C'è anche l'idea di dare la possibilità ai gruppi di incontrarsi liberamente, magari nella nuova sede del recovery college, per lavorare insieme, “con o senza di noi, perché l'obiettivo principale è aiutarli a stare bene, a riattivare le relazioni sociali e a stare nel mondo”.

Anche Silvia, come Giovanna, ha iniziato il corso da facilitatrice dopo aver seguito quello di recovery young, “mi sono portata a casa una sensazione di leggerezza e la sensazione di poter essere d’aiuto ad altre persone anche solo condividendo la nostra esperienza. Mi sono sentita aiutata ma ho iniziato a sentire anche la possibilità di aiutare gli altri”. Anche Giovanna si è sentita molto supportata dopo questo percorso “e ho provato la sensazione di poter aiutare qualcuno in questo percorso di consapevolezza e benessere”.



 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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