di Rocco De Luca, redattore di Sogni&Bisogni
È un freddo martedì di dicembre. L'appuntamento è in centro a Bologna, in una caffetteria di strada Maggiore. Giulia ha accettato di incontrare la redazione di Sogni&Bisogni per parlare del periodo che ha trascorso in una residenza psichiatrica. Quando arriviamo, è già lì, seduta a sorsegggiare una cioccolata calda, la sua “preferita”, come racconterà poco dopo. Elegante, con lunghi capelli, Giulia sorride e dice: “Sono contenta di raccontarvi la mia storia”.
Foto di Engin Akyurt da Pixabay
Dopo un periodo particolarmente difficile della sua vita, Giulia (il nome è stato cambiato per tutelare la privacy) ha vissuto un crollo psicologico significativo, un evento che ha compromesso la sua capacità di gestire le attività quotidiane e di mantenere un equilibrio emotivo. È stata quindi ricoverata in una residenza psichiatrica di Bologna, dove è rimasta per sei mesi. Durante il periodo di ricovero, ha avuto accesso a un ambiente protetto e al supporto di professionisti specializzati, che l’hanno aiutata a iniziare un percorso di recupero e stabilizzazione.
“Quei sei mesi sono stati un periodo molto intenso e sfidante per me. Il periodo di adattamento iniziale è stato difficile. Le emozioni erano forti, e ho provato un profondo senso di isolamento e paura. Mi sentivo persa e ho trovato difficile comunicare con il personale medico. Non c'era molto scambio, spesso sentivo che le mie preoccupazioni non venivano accolte – racconta - Mi sembrava tutto difficile da gestire, perché ero abituata a organizzare la giornata secondo le mie modalità. Lì era tutto molto schematizzato, a partire dai pasti con colazione alle 8 di mattina, il pranzo alle 12 e la cena alle 18”.
Una delle difficoltà di vivere in una residenza psichiatrica, per Giulia, è stata anche quella di impegnare la giornata: la mancanza di attività nella struttura in cui si trovava la portavano a camminare per ore nei corridoi e tra le stanze, per passare il tempo. “Le attività proposte ai pazienti erano poche e, a volte, sembravano poco mirate a favorire una vera interazione. Spesso ci ritrovavamo a trascorrere ore in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri, senza molte opportunità di connetterci o di esprimere ciò che stavamo vivendo. Questo clima di estraneità amplificava il mio disagio, facendomi sentire ancora più distante dalla realtà – dice Giulia - Ci sono state alcune uscite e momenti di gruppo, ma raramente le interazioni erano significative. Questo ha reso le mie giornate lunghe e monotone, ed è stato difficile creare legami con gli altri. Molti di noi si sentivano solitari, nonostante fossimo circondati da persone che affrontavano sfide simili”.
La comunicazione con lo staff della struttura e con il personale medico è stata un'ulteriore sfida: “È stata dura. A volte, mi sembrava che gli operatori fossero troppo occupati o distaccati. Questo creava un senso di isolamento, che non ha facilitato il mio processo di guarigione. Avrei voluto più momenti di confronto e ascolto”. Con il tempo, Giulia ha mostrato segni di miglioramento, dimostrando una grande forza nell’affrontare le sue difficoltà. “In questo contesto difficile, ho trovato però un barlume di speranza. Grazie a qualche conversazione significativa con alcuni membri del personale che si sono presi il tempo di ascoltarmi, ho cominciato a comprendere meglio le mie emozioni e i miei pensieri. Ho anche avuto modo di relazionarmi con altri pazienti, scoprendo che non ero sola nelle mie difficoltà. Queste connessioni, per quanto rare, hanno contribuito a costruire un senso di comunità e supporto reciproco. Con il passare dei mesi, ho iniziato a sviluppare strumenti personali per affrontare il mio disagio psichico. Anche se la strada è stata lunga e faticosa, sono riuscita a trovare una nuova prospettiva per la mia vita”, racconta Giulia.
La vita in una residenza a trattamento intensivo psichiatrico, come quella dove è stata ricoverata Giulia, può essere una parte cruciale del processo di guarigione, ma presenta anche sfide significative. La risposta individuale varia in base a diversi fattori, tra cui il tipo di trattamento ricevuto, il sostegno sociale e la predisposizione personale. “Adesso posso dire che quei sei mesi, pur essendo stati inizialmente un periodo di grande sofferenza, sono stati anche un'opportunità di crescita e trasformazione. Ora sono finalmente pronta a intraprendere un nuovo capitolo della mia vita con una maggiore consapevolezza di me stessa e delle mie capacità”, conclude. Oggi Giulia è rientrata nella sua casa, dove vive con il marito, e sta meglio.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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