di Laura Pasotti, redattrice di Sogni&Bisogni
Quali sono le parole giuste da dire a una persona che si trova in una situazione di difficoltà? All'amica che vi rivela di provare ansia? Al vostro compagno di università che vi dice di essere depresso? Come ci si deve comportare con una persona a noi vicina che ci confida di aver pensato al suicidio? Servirebbe un kit di primo soccorso per la salute mentale.
L'idea è stata proposta il 14 ottobre in uno dei laboratori sul recovery college organizzati nell'ambito dei Recovery Talks (gli eventi per la Giornata mondiale della salute mentale), quello dedicato all'università.

Dal 2023, il recovery college di Bologna (promosso dall'università insieme a Dipartimento di salute mentale dell'Ausl di Bologna, Comune e Città metropolitana) offre percorsi formativi per favorire il benessere attraverso una rete di poli territoriali che collaborano con i Centri di salute mentale. Finora sono state 1600 le persone che hanno partecipato ai corsi proposti. Uno degli obiettivi dei laboratori dei Recovery Talks è stato quello di immaginare di trasferire la pratica della recovery in altri luoghi della città e in altri contesti, diversi dai Csm, come ad esempio i servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc), le case della comunità, i luoghi dell'arte e l'università.
È possibile portare la recovery nelle aule universitarie? Quali sono le difficoltà, i bisogni, le problematiche degli studenti? Sono le domande a cui hanno provato a rispondere i partecipanti al laboratorio dedicato all'università, una ventina di persone tra ricercatori, educatrici, studenti, docenti, psicologi, psicoterapeuti. Il laboratorio ha avuto diverse fasi: prima un'intervista a due, poi il lavoro in gruppi di quattro, e infine la condivisione con tutti gli altri. In tutte le fasi si è cercato di far emergere i momenti in cui, nella propria esperienza di vita, la recovery avrebbe potuto essere utile e di fare proposte sui percorsi che potrebbero essere proposti all'università.
L'università di Bologna offre già alcuni servizi per il benessere degli studenti, come lo sportello di ascolto psicologico (che ha una lista di attesa di 30 giorni e assiste oltre mille studenti l'anno) e il servizio di orientamento in itinere per accompagnare gli studenti durante il percorso di studi. In generale, però, per arrivare a chiedere aiuto o segnalare a qualcuno questi servizi è necessario avere le competenze per comprendere che cosa sta succedendo, per capire quali effetti sulla salute hanno la competitività, le aspettative, la pressione sociale, la solitudine, le difficoltà che si incontrano nel proprio percorso di studi, bisogna saper riconoscere la salute.
Uno dei percorsi già sperimentati nei Centri di salute mentale che potrebbe essere proposto all'università è quello di recovery base, sulle cinque vie del benessere. Altre proposte sono state un corso sul riconoscimento del rischio suicidario e per imparare a riconoscere la malattia e i suoi sintomi, iniziative di sensibilizzazione nei luoghi di aggregazione degli studenti, party a tema, formazione per i genitori sulle aspettative verso i propri figli, e il kit di primo soccorso per la salute mentale. La recovery all'università dovrebbe essere aperta a tutti, non solo agli studenti, e i corsi dovrebbero svolgersi in luoghi della città che siano facilmente accessibili da tutti.
Un'altra opportunità è quella che arriva dai bandi per una borsa di dottorato e cinque assegni di ricerca nell'ambito della salute mentale dell'Università di Bologna finanziati con i fondi del 5xmille. Gli ambiti di intervento sono il recovery college, una app sul benessere psicofisico, i tirocini formativi, il rapporto tra arte e salute mentale.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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