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Riappropriarsi delle competenze per vivere in autonomia con l'Abitare supportato

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni

Nella zona di via Andrea Costa, a Bologna, esiste un quadrilatero di villette che furono costruite nel anni ’30 del Novecento “per le famiglie dei feriti, mutilati e caduti per la causa fascista”. Di proprietà dell’Acer, rappresentano un raro esempio di case popolari di architettura razionalista all’interno di un centro urbano. Tre di queste villette ospitano gli appartamenti dell’Unità Assistenziale Abitare supportato dell’Ausl di Bologna. In quella di via Busacchi 10 incontro Daniele Benfenati, che ne è il coordinatore.

“Qui facciamo percorsi di autonomia abitativa”, dice Benfenati, riferendosi alle persone che in via Busacchi arrivano da casa o da altre strutture legate alla salute mentale per riappropriarsi delle competenze necessarie per vivere poi una vita più autonoma. “Il Centro di salute mentale che ha in cura la persona fa la domanda al team residenzialità e abitare che ha la regia di tutti i percorsi abitativi, nei quali ci sono le residenze a trattamento estensivo, le comunità alloggio, gli appartamenti con supporto 24, 12 e 6 ore al giorno, gli appartamenti di servizio del Csm. Il team valuta quale percorso attivare e in quale struttura, in base alle caratteristiche e ai bisogni della persona segnalata e alle disponibilità. Il percorso può durare fino a un massimo di tre anni, in cui una persona può sperimentarsi sempre di più sulla quotidianità, la cura di sé, la possibilità di muoversi autonomamente”.

Gli ospiti sono sia uomini che donne, persone che vanno dai 18 ai 65 anni, con un’età media nella fascia dei 45-55 anni. In totale, i posti letto sono 24, di cui 5 in Busacchi 10, 6 ciascuno in via Busacchi 8 e in via Bastia 11, 5 in via Bertocchi e 2 in via Rasi. La necessità di autonomia abitativa non va confusa con il bisogno di un alloggio. Nel caso di questi appartamenti le attività quotidiane hanno uno scopo terapeutico e riabilitativo. “Partendo da un progetto personalizzato, lavoriamo sulla quotidianità”. Nel caso dei gruppi appartamento di via Busacchi e via Bastia il supporto degli operatori è garantito per 12 ore al giorno, dalle 7.30 alle 19.30.

“La sveglia non è uguale per tutti. L’operatore, quando entra in turno verifica che sia tutto a posto: c’è chi è più autonomo nello svegliarsi per affrontare i propri impegni esterni e chi invece necessita di uno stimolo dagli operatori per cominciare la giornata, un supporto per rassettare la propria stanza, un incitamento alla cura della propria igiene. Uno degli aspetti importanti della quotidianità è il rispetto della terapia farmacologica, imparare a gestirla nel modo corretto sia rispetto agli orari che alla quantità”.

L’Ausl di Bologna mette a disposizione questi appartamenti per gli utenti dei Csm in modo che possano sperimentare un percorso di autonomia senza essere gravati da spese abitative. Le uniche spese sostenute dall’ospite sono quelle alimentari e di cura. “Un altro aspetto nel quale supportiamo gli ospiti che ne hanno necessità, è quello della capacità di gestione delle risorse economiche, spesso in collaborazione con amministratori di sostegno e familiari, lavorando sulla consapevolezza e il valore del denaro”.

“Cerchiamo di supportare gli ospiti il più possibile in attività esterne all'appartamento, stimolando la partecipazione ai tirocini formativi, piuttosto che ad attività di volontariato e/o promosse dalle associazioni come quelle che si svolgono alla Casa di Tina, oppure agli incontri di Recovery College. Come attività organizzate dagli operatori dell’Abitare supportato segnaliamo che tutti i martedì c’è il trekking (in collaborazione con il gruppo Stelle di Roccia, composto da utenti, familiari, operatori, volontari e cittadini attivi della salute mentale) e il gruppo Stadio con la partecipazione alle partite del Bologna FC. Si fanno inoltre uscite su temi specifici, come per i mercatini di Natale, le gite estive, o altre iniziative estemporanee”.

Trattandosi di convivenze tra persone con fragilità, agli operatori spetta anche il compito di sciogliere le tensioni laddove nascono, ragionare con gli ospiti sul perché è avvenuto un conflitto e capire come fare per andare oltre. Gli operatori lavorano quotidianamente anche sull’aiuto reciproco e la collaborazione tra gli ospiti, in modo tale che se una persona attraversa un momento di difficoltà, trovi intorno un ambiente che la sostiene.

Alla base di tutto c’è la relazione, cercare di trovare la giusta modalità comunicativa, il rapporto di fiducia. L’operatore vive tante ore a contatto con i singoli ospiti e le relazioni diventano fondamentali”. Poi c’è tutto il lavoro per predisporre a un’abitazione stabile. “Negli appartamenti, come in quello di via Rasi, sperimentiamo una convivenza a due e, laddove tra gli ospiti si raggiunge una buona intesa, lavoriamo per costruire rapporti che siano duraturi, che vadano oltre l’esperienza dell’abitare supportato, in un’ottica di convivenza in situazioni di maggior autonomia”.

Alcune difficoltà rispetto ai percorsi successivi di autonomia abitativa, sono legate al reperimento dell’alloggio e alla sua sostenibilità economica, alle capacità di vivere eventualmente da soli mantenendo buone abilità e impegni quotidiani. “Su questi aspetti stiamo ragionando con il team residenzialità e abitare su come attivare percorsi di convivenze e di supporto tali che le persone possano, una volta pronte a fare un passo di ulteriore autonomia, avere una rete sociale attorno che garantisca loro una buona qualità della vita. Rispetto ai nostri parametri di valutazione degli interventi, riteniamo che esso abbia maggior probabilità di successo quando, in base alle possibilità e alle motivazioni di ogni singolo ospite, il percorso coincide con le aspettative della persona”.

La durata del percorso all’interno dell’Abitare supportato, fino a tre anni, permette di rimodulare obiettivi e azioni per raggiungerli, rispetto alle osservazioni e alle valutazioni fatte quotidianamente “sul campo” insieme all’ospite e nel confronto con l’intera rete, formale e informale, che sostiene la persona nel suo percorso.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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