di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni
Da quando sono iniziati gli incontri sul territorio 1600 persone hanno partecipato ai Recovery College. Un dato che riguarda una galassia di temi sulla salute mentale, dalle riflessioni sulle pratiche di sollievo dalla sofferenza degli utenti e dei familiari caregiver agli incontri avvenuti fra operatori per capire come includere questa pratica all’interno delle strutture.
In occasione della Giornata della Salute Mentale a Bologna si è tenuto un laboratorio dedicato agli Spdc (i Servizi psichiatrici di diagnosi e cura) in relazione con il Recovery College. L’obiettivo è quello di immaginare dei progetti del reparto ospedaliero che includano nella struttura le attività dedicate alla salute mentale che si tengono all’esterno.

Questa necessità di contatto con il mondo delle cooperative e delle associazioni è motivato dalla percezione degli stessi operatori degli Spdc, che vedono i luoghi di ricovero come fortini chiusi a chiave, dai quali è difficile riuscire ad avere informazioni e notizie su quanto avviene all’esterno. La maggioranza dei ricoverati afferiscono alla fascia dei 18-25 anni. Si chiudono nella loro stanza, fumano dove è concesso, svolgono qualche attività artistica proposta nella struttura. Queste attività vengono organizzate e svolte dal personale interno, che non ha qualifiche professionali per proporre percorsi soddisfacenti.
I reparti di cura non conoscono le opportunità promosse dall’Ausl e organizzate dal Cufo (il Comitato, utenti, familiari e operatori della salute mentale), come il progetto Prisma; non conoscono la Casa di Tina, punto centrale d’incontro e delle attività progettuali. Attraverso il Prisma, secondo i rappresentati delle associazioni presenti all’incontro, sarebbe possibile inserire iniziative all’interno delle strutture di cura e mettere a conoscenza dei dimessi le attività presenti sul territorio. Anche per questo motivo è auspicabile un tavolo permanente con un gruppo misto fra operatori e associazioni.
Durante il laboratorio si è reso necessario ricordare che i ricoveri negli Spdc sono abbastanza lunghi e che fra le richieste più ricorrenti ci sono quelle di uscire dai luoghi di cura per andare a una mostra o un’altra attività strutturata che non sia solamente l’essere accompagnati al bar. Partendo da questa necessità si è sottolineata l’importanza della figura degli Esp, gli esperti nel supporto tra pari, che possono svolgere nel modo migliore il ruolo di interlocutori con i pazienti. L’importanza degli Esp, si è detto, è nell’elemento empatico. I medici capiscono la cura, gli Esp il dolore, secondo la definizione di un’esperta per esperienza presente all’incontro. Tutti i rappresentati delle strutture hanno manifestato il desiderio di avere più Esp a disposizione, ma la mancanza di riconoscimenti, soprattutto di carattere economico, non facilita la diffusione dell’esperienza. Alcuni Esp hanno trovato un impiego dentro cooperative sociali, preferendo comprensibilmente una situazione esistenziale e lavorativa stabile.
Si è poi individuato uno strumento che potrebbe fare la differenza, le lettere di dimissioni condivise: al momento della dimissione si ricostruisce col paziente il percorso affrontato, con gli obiettivi raggiunti e quelli sui quali bisogna lavorare; per capire cosa è successo e affrontare al meglio le problematiche che potrebbero capitare in futuro (il corretto utilizzo dei farmaci, evitare situazioni trigger che scatenino le crisi, eccetera). Una metodologia di coinvolgimento del paziente che dovrebbe diventare quotidiana superando così lo stigma della diagnosi e attuando una vera alleanza terapeutica fra medico e paziente. L’istituzione con le sue regole e i suoi schemi, fra privacy, assicurazioni e altre norme burocratiche, frenano la possibilità di movimento per le iniziative interne ed esterne. Inoltre le responsabilità gerarchiche impediscono al personale di agire liberamente, costringendo il personale medico e paramedico a fare delle scelte coraggiose. Mancano infine rapporti diretti fra i Centri di salute mentale e i reparti. Il progetto di cura deve essere deciso insieme al paziente ma deve avere nel Csm un punto di riferimento.
In sintesi sembra necessaria una maggiore comunicazione fra le parti e la formazione di una rete permanente per rispondere alle necessità degli Spdc e per l’uscita dal loro isolamento strutturale. E un allargamento degli orizzonti che favoriscano il contatto con la comunità scientifica e l’ingresso senza pregiudizi della medicina olistica, che si è dimostrata spesso capace di lenire le sofferenze delle persone con disturbi mentali.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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