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“Che ore sono”, le vite in attesa all'interno di una comunità psichiatrica di Palermo

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni

La Comunità terapeutica assistita (CTA) è una struttura residenziale extra-ospedaliera in cui si svolge una parte del programma terapeutico-riabilitativo e socio-riabilitativo per i cittadini con disagio psichiatrico. In una Cta nella periferia di Palermo si svolge “Che ore sono”, il documentario realizzato da Marta Basso e Tito Puglielli presentato l'11 giugno alla 19esima edizione del Biografilm Festival di Bologna.

che ore sono

“Che ore sono” è la domanda che si pone ossessivamente Giuseppe, uno degli ospiti della comunità, quasi a sottolineare l’attesa continua di un mutamento, un’altra destinazione dove svolgere una nuova vita. Giuseppe si ritrova nella struttura perché ascoltava continuamente musica ad alto volume. Accanto a lui Bianca, un tentato suicidio, e Ursula, una storia altrettanto difficile fatta di fughe da casa ed esperienze per strada. Accanto a loro una costellazione di persone con disturbi di varia gravità.

Il progetto è nato nella cornice formativa del centro cinematografico di sperimentazione di Palermo - raccontano Basso e Puglielli - con lo scopo di sondare lo stato della salute mentale. Abbiamo cominciato a frequentare questa struttura e ci siamo resi conto di varie situazioni che non funzionavano”. Questa ricerca sul campo ritrae infatti una quotidianità ripetitiva basata soprattutto sulla somministrazione dei farmaci e priva della terapia della parola. Una scarsa presenza di personale medico e un maggiore supporto degli Operatori socio-sanitari (Oss) e degli infermieri. “Per questo motivo abbiamo avuto l’idea di fermarci e andare più a fondo, attraverso un lavoro di relazione e fiducia prima di iniziare le riprese. Il percorso è durato un anno e mezzo”.

I pazienti si raccontano. Giuseppe e i suoi pensieri, Bianca alla ricerca di amici e conoscenti che le rispondano al telefono, Ursula alla costante ricerca di affetto. Tutte storie che si sviluppano dentro una struttura chiusa dove non si può uscire se non accompagnati, in una zona sperduta della città dove è persino difficile allontanarsi in compagnia degli operatori. Ed è questa mancanza di scambio con la città, questo isolamento della struttura che denunciano maggiormente i registi. “Siamo stati in ascolto delle necessità di autonarrarsi e molti hanno voluto portare la loro storia. Giuseppe ha instaurato un rapporto speciale con noi e anche con la cinepresa. Bianca ha avuto molti momenti di racconto, Ursula aveva bisogno di attenzioni ma lo scambio si è verificato solo più tardi. La dinamica di relazione è stata il perno come nelle amicizie; noi ci siamo messi in ascolto con la voglia di raccontare le loro storie che si è intrecciata con la loro volontà di farlo. Hanno aperto dei cassetti del passato e formulato delle idee sul futuro”.

Ma l’attenzione dei registi è rimasta focalizzata anche sui servizi offerti dalla struttura dove la permanenza massima è di 6 anni. Si sono formati un’idea dolorosa, di luoghi e percorsi che non aiutano a stare meglio, almeno rispetto al contesto che hanno indagato nel documentario. Posti dove non c’è margine per capire cosa avviene per costruirsi un futuro prossimo dopo il mondo sospeso della comunità. “Abbiamo riscontrato che chi non ha non è, e se non hai una base economica sei in balia di strutture in sofferenza di mezzi e personale. Questi momenti di dolore si cronicizzano e nella salute pubblica la mancanza di finanziamenti viene risolta col solo farmaco più che sulla figura del terapeuta. I corpi risentono tantissimo della terapia farmacologica. Giuseppe è morto nella nuova comunità, una casa alloggio, e Bianca a casa, dove era tornata”. Se non c’è un reale accompagnamento in un progetto di vita, concludono i registi, non ci sono margini di dignità e miglioramento.




 

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