Storia di Stefania

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a cura di Federico Mascagni

 Nessuna compassione. Nessun desiderio di muovere a compatimento. Non si raccontano le sfortune di chi si ritrova a dovere affrontare le grandi difficoltà della vita. Questo è uno spazio di informazione, di approfondimento di chi si confronta col disagio mentale. È con questo spirito che Stefania racconta la sua storia di madre.

 Una storia che nasce con una figlia, la percezione delle sue ansie e del suo dolore fin dall’infanzia. Che si sviluppa in maniera imprevedibile come succede per le storie più complesse. Elena, racconta Stefania, manifesta un profondo dolore esistenziale attraverso le continua grida disperate, quelle lancinanti che non devono appartenere ai bambini. La ricchezza di Stefania risiede anche nella sua esperienza di maestra, nel suo rapporto quotidiano con il mondo complicato e delicato dell’infanzia. È anche una donna senza pregiudizi culturali, e capisce fin da subito la necessità di un supporto psicologico per una bambina che manifesta le sue inquietudini, indecifrabili, in continuazione.

Chiunque può immaginare la difficoltà estenuante di vivere ogni giorno con un piccolo mistero che esprime il suo dolore in modo misterioso. Chiunque tranne la comunità, soprattutto se è di un piccolo centro. Anche il gelato negato si trasforma in una crisi che fa crollare la bambina a terra. È giorno di mercato e attorno alla bambina che si contorce al suolo fra pianti e urla disperate si riunisce un capannello di persone che giudicano. Giudicano la bambina capricciosa, sconcertante. Giudicano la madre che non è capace di rifilarle quei quattro scapaccioni che metterebbero tutto a posto. Non capiscono. Non capiscono che dietro c’è un problema più complesso, che Stefania sa benissimo cos’è l’educazione, e non capiscono che proprio per questo c’è qualcosa di più profondo che non va.

Non è la prima volta che raccontiamo in queste pagine come la comunità, che tutti danno per scontato sia accogliente, sia spesso, soprattutto se piccola, circoscritta, un luogo dove ciascuno si erge a giudice dei casi altrui. Un giudizio che è automaticamente una censura e una presa di distanza dal problema.

Inizia il percorso della ricerca di una diagnosi. Un percorso difficile. Di medico in medico, che spesso minimizza quanto gli viene raccontato, spostando l’attenzione sull’educazione, sulle regole che devono essere impartite in famiglia. E come si può dire che non sia necessario, ma in questa circostanza era impossibile. Un percorso difficile perché Elena ha paura di qualsiasi dottore: spesso i viaggi in auto per visite mediche verso la città diventano un supplizio tra urla e agitazioni.

E poi dopo di farmaco in farmaco: la prova di un antidepressivo che il pediatra accetta di somministrare dopo che a Stefania un luminare di un noto ospedale bolognese aveva suggerito, o una benzodiazepina per aiutarla nelle crisi di rabbia.

Elena cresce. Cresce tra alti e bassi. Cresce con le sue difficoltà di integrazione, con il confronto spietato con i suoi coetanei.

Stefania cerca di mantenere la lucidità necessaria per affrontare la situazione. Suo marito, pieno di amore per la fragile figlia, la copre di attenzioni, le perdona tutto. Elena diventa sempre più intrattabile in casa. Si rivolta contro gli oggetti, contro i genitori, contro una esasperata e paziente sorella maggiore, ma più minuta, che subisce le crisi della sorella sempre più robusta. Quando è fuori dal contesto casalingo è invece una ragazza normale, che conversa e si intrattiene con gli altri senza nessun problema apparente: ha imparato molto bene ad indossare una maschera che la protegga in qualche modo dal mondo esterno, dalle sue stesse emozioni.

Non giudicate. Immaginate, mettetevi nei panni, è l’unico modo per comprendere.

Elena vive solo d’estate, quando gode della spiaggia, del sole, del mare e della compagnia di famiglie e coetanei diversi che non la conoscono nella quotidianità e con i quali va molto d’accordo. Ma uno dei genitori della compagnia di amici nota subito che qualcosa non funziona. È uno psichiatra di Viterbo che con grande discrezione chiede ai genitori di Elena se tutto è a posto. Da quel momento diventerà un punto di riferimento nello sviluppo di Elena, se pur nel periodo estivo o solo telefonicamente. Ormai adolescente, Elena sta cambiando anche il suo aspetto. Si appesantisce ed è sempre più impacciata e insicura nei modi e nelle relazioni: chiede la compagnia delle amiche che, con la discriminazione tipica dell’età adolescenziale, rifiutano. Rimane sola, sola a sfogare il suo disagio, sola con le sue urla, sola in casa, sola con la sua famiglia che non sa come comportarsi. E, come spesso capita nelle situazioni difficili i genitori non riescono più ad essere elemento sicuro di riferimento, ma entrano in un vortice più grande di loro che li manda sempre più alla deriva, come su una barca in mezzo alla tempesta.

Ogni piccola discriminazione è un colpo fortissimo per Elena che riesce persino a chiedere di non essere inserita con alcun compagno della scuola media. Ma l’opinione che i suoi ex compagni di classe hanno di lei la perseguita. Il clima ormai è pregiudicato. Elena, dal carattere volitivo cede.

Si chiude in casa, chiusa nel suo dolore. Si rifiuta di incontrare parenti, nessuno può entrare, diventa più simbiotico il rapporto col padre.

I medici, a cui Stefania si rivolge da tempo disperata, vengono a trovarla direttamente a casa, ma non riescono a visitarla. Elena si chiude a chiave in bagno. Oppure costringe il padre a portarla in giro in automobile per l’isolato finché i medici non desistono. Stefania a questo punto è esasperata. Cerca di forzare la situazione rivolgendosi ai carabinieri. Suo padre era un carabiniere e pensa che solo attraverso una denuncia che coinvolga il marito possa riuscire ad aiutare la figlia, costringendola agli opportuni accertamenti medici.

Ma la questione sfugge di mano. L’apparato giudiziario arriva a mettere in discussione la patria potestà dei genitori. Come accade in queste circostanze una richiesta di aiuto con una sua logica lineare passa attraverso i pareri di più persone, che controllano le carte e non considerano i fatti nella loro interezza, per come si sono svolti. È l’apice di una crisi familiare che vede nel Trattamento Sanitario Obbligatorio l’acme, come capita per molte famiglie. Mentre Mamma e Papà sono a discutere con i servizi sociali, un’autoambulanza interviene per un TSO e porta via Elena. Il complesso apparato a cui Maria si era rivolta per anni, senza essere creduta e talvolta ascoltata, interviene a sorpresa.

Purtroppo molti pensano che il TSO corrisponda ad accompagnare una persona all’ospedale. Non è così. È una situazione dove, per necessità, si compie violenza verso le volontà di una persona. E a volte è anche uno spartiacque esistenziale. Ciò che sappiamo è che da quel momento Elena passa sotto uno stretto controllo medico e comincia ad assumere regolarmente la terapia. Quattro mesi di ricovero e la frequenza difficile, almeno all’inizio, di una struttura semiresidenziale per adolescenti contraddistinguono il periodo successivo.

Inizia con regolarità la fase terapeutica.

Parallelamente Stefania si dà da fare nella ricerca difficile di una scuola di formazione professionale adatta a lei che possa rimetterla a contatto con il mondo scolastico: in fondo era sempre stato l’unico mondo in cui poteva, attraverso lo studio, se pur impegnativo per il suo fragile equilibrio, trovare una piccola forma d’inclusione.

Elena intorno ai 22 anni è ancora una ragazza con dei disturbi da gestire, ma è in grado di svolgere piccole mansioni fuori di casa. Chiede di riprendere a studiare, si diploma e ottiene anche la patente di guida. Inizia un percorso per dimagrire: si è appesantita di oltre trenta chili.

Stefania è felice, si illude che tutto sia sotto controllo, che la bufera della sua vita sia terminata e che si possa vivere sui binari normali di un ménage familiare.

Rimane il problema dell’integrazione nel mondo del lavoro: a Elena mancano le competenze, mancano le opportunità sul territorio. Rimane il problema delle amicizie: nessuno la cerca in paese.

Com’è Elena oggi? La sofferenza è sempre presente, sotto forma diversa: da alcuni anni una difficile ipocondria la sconvolge. Il dolore fisico che si sussegue nel corpo la tormenta con continue richieste d’aiuto al pronto soccorso, al Csm, al medico di guardia durante i periodi festivi. Si è riappesantita ulteriormente, ma questo è nella norma, dicono. I farmaci, la sedentarietà, spesso la noia la inducono a mangiare oltre misura,

E dire che un’educatrice è riuscita ad inserirla, dopo lunghi periodi di inattività, attraverso un tirocinio inclusivo, in un luogo che la madre usa definire un “piccolo paradiso di angeli”. Ma quando il dolore l’attanaglia, non riesce a uscire di casa.

Suo padre è sempre a sua disposizione, spesso anche troppo. Ma ognuno fa quello che può, senza colpa alcuna.

E Stefania? Stefania continua ad insegnare, nella scuola trova il rinforzo positivo alla sua difficile vita.

Ha trovato un’associazione, AITSAM, nella quale trovare un supporto diventandone poi un punto di riferimento organizzativo sul territorio di Bologna e provincia. La forza la si può trovare nel fare per gli altri, perché il confronto apre nuove consapevolezze e fornisce la fiducia di scoprire nuove buone prassi terapeutiche. O semplicemente contribuire ad aggiustare quelle già esistenti.

La speranza che coltiva Stefania è che la Neuro Psichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza oltre e a progredire scientificamente e nelle terapie riesca a superare i protocolli di inclusione che appesantiscono e a volte rendono difficoltoso l’accesso alle cure alle ragazze e ai ragazzi. Col rischio sempre latente della cronicizzazione dei disturbi per un mancato intervento immediato.

Buona fortuna Elena. Buona fortuna Stefania.



 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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