Sofferenza e cura senza frontiere

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a cura di Cristina Lasagni - Psicoradio

Ci è stato detto tante volte che a nessuno piace ascoltare tutto ciò; l’inferno non è più una credenza religiosa o una fantasia, ma qualcosa di tanto reale quanto le case, le pietre e gli alberi. Sembra che nessuno voglia riconoscere che la storia contemporanea ha creato un nuovo genere di essere umani – quelli che sono stati messi nei campi di concentramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro amici.
Hannah Arendt

migranti3Uomini, donne, ragazzi che affrontano viaggi lunghi mesi, a volte anche anni. Prima e durante il viaggio subiscono torture, violenze, perdite, lutti; e una volta giunti in una terra dove forse possono fermarsi, non posseggono più nulla. Non hanno casa, lavoro, spesso neppure la famiglia; non posseggono gli oggetti più cari, e neppure una identità salda, visto che tutto ciò che giorno dopo giorno costruisce la nostra identità è stato abbandonato – le persone care, i saperi, le competenze, il ruolo, le abitudini, i paesaggi, i sapori e gli odori noti… Tutto questo assomiglia ad una tortura, e non può non avere conseguenze sulla psiche di migliaia di immigrati.

Ormai i dati su questo aspetto delle migrazioni cominciano ad essere molti, e certi. Una ricerca fatta da Medici senza Frontiere negli anni 2014-2015, su un campione di 387 persone in provincia di Ragusa, ci dice che più della metà dei migranti osservati (il 60,5%) presentava problemi psicologici, e che il 40,2% aveva disturbi compatibili con il disturbo Post traumatico da stress (Ptsd).

I risultati concordano con molti altri studi. Recentemente per esempio una ricerca dell’associazione Psicologo di Strada di Padova, per sei mesi, tra il 2016 e il 2017, ha osservato 50 richiedenti asilo ospitati in strutture gestite da cooperative venete. Moltissimi denunciavano l’emergere frequente di ricordi disturbanti, incubi, difficoltà a dormire, tristezza, angoscia, senso di solitudine, oltre a numerosi sintomi somatici.

La psicologa Laura Baccaro, presidentessa dell’associazione, sostiene che “non c’è un’attenzione adeguata sulla salute dei richiedenti asilo; visto lo scarso interesse verso queste tematiche, abbiamo fatto tutto da volontari e a budget zero". Un interesse che però è fondamentale risvegliare, secondo la psicologa: “Se non si dà la giusta considerazione al vissuto di queste persone, si rischia di far cicatrizzare una frattura che è insita dentro di loro, non si risolve il problema e ciò fa sì che sintomi trascurati, alla lunga, possano portare a episodi di disadattamento o aggressivi”. Le persone intervistate dall’associazione erano diverse, con storie differenti; tutte però hanno fatto emergere un elemento in comune: un livello di sofferenza alto e disturbi psico-fisici, in particolare i sintomi del Ptsd, presente in più della metà degli intervistati. Non prendersi cura delle persone che hanno questi disturbi fa sì che questi diventino molto più gravi, cronici; con molte implicazioni sociali e alla fine con anche un costo maggiore per la sanità.

Il problema della sofferenza psichica dei migranti ovviamente non riguarda solo l’Italia. Qualche tempo fa l’etnopsichiatra Roberto Beneduce scriveva che “da studi condotti su un totale di 6.743 adulti riconosciuti rifugiati in Australia, Canada, Italia, Nuova Zelanda, Norvegia, Regno Unito e Usa, emerge che in questi soggetti, la probabilità di sviluppare sintomi riconducibili al “Disturbo PostTraumatico da Stress” (PTSD) è dieci volte superiore rispetto agli autoctoni.”

Ogni sintomo deve essere interpretato all’interno di un quadro interculturale legato alle migrazioni e al lutto, e questo, sostiene Laura Baccaro, richiede una formazione adeguata degli operatori, che invece non è richiesta da tutti i bandi.
Ma come si possono aiutare persone che hanno immaginari, tradizioni, tipo di famiglia, valori, credenze, spesso molto lontani da quelle della società in cui si è formato chi li dovrebbe curare? Psicoradio ha trattato questi temi fino dalle prime puntate, con interviste ad operatori e psichiatri che lavoravano con immigrati. Recentemente ne abbiamo parlato con Maria Nolet e Roberto Maisto, psichiatri della Ausl di Bologna, che da tempo si occupano delle cure psichiche dei migranti. “Innanzitutto, lavoriamo in equipe: ci sono antropologi, psicologi, mediatori linguistico-culturali, e a volte anche operatori delle comunità o dei centri di accoglienza. L’equipe fa sentire meglio accolto il paziente, che spesso viene da una cultura gruppale, più collettiva della nostra”

“Per noi, curare persone di altre culture ci insegna a relativizzare le nostre conoscenze, ad uscire dall’onnipotenza del pensiero occidentale. Non siamo soli al mondo, l’etnocentrismo è un atto di superbia” ci dice Roberto Maisto.

Secondo Nolet, le ultime ondate migratorie provocano situazioni molto diverse rispetto al “semplice” sradicamento che deriva da una immigrazione “tradizionale” più strutturata. “La sofferenza oggi è spesso frutto dei traumi subiti durante il percorso, più che dal distacco dal paese d’origine. E la sofferenza post traumatica ha poco di culturale: la tortura, le privazioni, lo stupro superano la specificità culturale. Oggi poi i progetti migratori sono davvero pochissimo strutturati e poco sicuri

“Lavoriamo con queste persone che vengono da lontano come si fa sempre con tutti – dice Maisto - ma in questo caso l’attenzione deve essere più alta: bisogna capire da dove vengono gli ostacoli al benessere della persona che abbiamo davanti; capire se nascono da situazioni sociali, da psicopatologie, da traumi… Poi si può pensare alla cura”
Ma c’è posto, nella psichiatria che viene praticate qui anche per credenze e rimedi di altre culture? Pensiamo per esempio ai feticci, ai rituali di protezione, a quelle pratiche comuni nelle culture africane.
migranti2“Dobbiamo essere cauti – risponde Maisto - Un conto è rispettare tutto quello che l’altro con la sua cultura ci porta; altro è mimare aspetti e credenze che non ci appartengono; saremmo assolutamente inautentici.“
L’esempio che ci viene fatto per spiegare questo insieme di rispetto per la cultura di provenienza e cure mediche più consone alla cultura occidentale è la vicenda di un paziente, un ragazzo di 18 anni che soffriva di attacchi di angoscia. Questo ragazzo portava su di sé una cintura magica, un amuleto di protezione fabbricato dal nonno quando la madre era incinta di lui. Questo amuleto però non era stato sufficiente per proteggerlo dalle angosce che stava subendo dopo il viaggio e l’arrivo in Italia. Così il ragazzo indossava l’amuleto, ma faceva anche le cure occidentali prescritte dallo psichiatra. L’amuleto rappresentava il suo congiungimento simbolico con tutta la sua famiglia perduta; ma il ragazzo sapeva che i compagni del gruppo appartamento dove viveva lo avrebbero preso in giro, lo avrebbero considerato un primitivo superstizioso, se avessero saputo che indossava una cintura magica. Questo ragazzo di 18 anni che appartiene ad un mondo globalizzato, tiene insieme sistemi del suo mondo di ieri e sistemi del suo mondo di oggi.

Morena, redattrice di Psicoradio, ha chiesto agli psichiatri “Esistono anche in Africa persone che sentono le voci, come succede a me fin da bambina? E le voci sono considerate sempre un disturbo, una patologia?”

Ovviamente, l’Africa è vastissima ed ospita culture diverse - rispondono gli psichiatri. - Ma se nella società di provenienza c’è una condivisione sul senso di queste voci, allora le voci assumono un senso per l’intera comunità, e sentirle può essere considerato una specie di dono, che uno spirito, una divinità, un’anima guida invia al soggetto. Allora chi sente le voce potrebbe essere considerato un privilegiato, un mediatore con la divinità.
E, se ci pensiamo, non si tratta di una situazione sconosciuta anche nella cultura occidentale popolate di persone “speciali” che sentivano le voci di Dio, del Demonio… E ancora oggi la Chiesa Cattolica prevede la figura dell’esorcista.
Così come ci suonano vicine ed interessanti le parole di un amico di Psicoradio, Faustin Ackafac, che è stato fondatore di Asterisco, web-radio per gli immigrati.
Mio padre era un guaritore. Secondo mio padre il contatto fisico incideva sulla guarigione del malato per un buon 40%. Per lui era importante dove e come riceveva il malato così com’era molto importante la condizione in cui si trovavano il suo corpo e la sua anima".



 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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