di Chiara Ghelfi
Ci sono persone che incontriamo ogni giorno senza conoscerne la storia. Persone che attraversano le strade, frequentano i parchi, condividono gli spazi della città, ma che spesso rimangono ai margini delle relazioni sociali. Sono uomini e donne con percorsi migratori complessi, persone che vivono condizioni di precarietà abitativa, solitudine o esclusione sociale. Vengono talvolta definite “invisibili”, non perché non siano presenti, ma perché i loro bisogni, le loro esperienze e le loro capacità spesso non trovano ascolto e riconoscimento. A volte, inoltre, sono le persone stesse a non cercare supporto, per difficoltà nel riconoscere o esprimere i propri bisogni, per mancanza di fiducia o perché non conoscono le opportunità di sostegno presenti sul territorio. Eppure, essere ascoltati, sentirsi accolti e avere la possibilità di costruire relazioni significative sono aspetti fondamentali del benessere psicologico e della salute mentale.
È proprio da questa consapevolezza che prende significato l'esperienza del Gruppo C.I.A.O. – Contatto, Intesa, Alleanza, Obiettivi, un progetto sviluppato dal Centro Studi e Ricerca di Medicina Psicosomatica e Transculturale di Bologna (BoTPT) di UNIBO in sinergia con il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell'Azienda USL di Bologna.

Di ascolto e opportunità di partecipazione si è parlato all'iniziativa “Caffè Migrante”, uno degli eventi organizzati in occasione della Giornata mondiale della salute mentale che si è tenuto al parco della Montagnola di Bologna e a cui ha partecipato anche la redazione di Sogni e Bisogni.
Il Gruppo C.I.A.O.: l'auto mutuo aiuto come risorsa per la salute mentale
Il Gruppo C.I.A.O. nasce come gruppo di Auto Mutuo Aiuto (Ama) e si è evoluto in un laboratorio per la recovery di persone con storia migratoria, che si incontra presso il Centro Casa, in viale Pepoli 5 a Bologna il giovedì pomeriggio. Attualmente riunisce volontari, educatori e persone migranti, dando vita a uno spazio di confronto, condivisione e sostegno reciproco.
L'obiettivo è offrire un contesto accogliente e non giudicante nel quale poter raccontare le proprie esperienze, condividere le difficoltà e riconoscere le risorse personali e collettive.
“Il gruppo C.I.A.O. si basa sul metodo omonimo sviluppato nel contesto di una ricerca azione di Unibo circa 15 anni fa per facilitare la comunicazione sulla sicurezza lavorativa in un contesto aziendale caratterizzato dalla mutliculturalità e dal multilinguismo dei dipendenti – spiega Ilaria Tarricone, psichiatra e docente universitaria che ha dato vita al metodo Ciao - Spesso di fronte alla barriera linguistica, tradurre nella lingua parlata dall’interlocutore non significa capirsi. Le incomprensioni non sono solo dovute alla lingua diversa, ma anche a una diversa cultura (diversi valori che uno stesso concetto assume, spesso inconsapevolmente, in diverse culture , al di là della lingua, come ad esempio il concetto di sicurezza, ma anche quello di salute e di malattia, per fare alcuni esempi) e a diverse scelte meta-culturali (diverse scelte consapevoli di appartenenza religiosa o politica, ad esempio)”.
Il metodo C.I.A.O. propone dunque 4 semplici passaggi: contatto, con le proprie emozioni, ma anche con quelle delle altre persone intorno a noi; intesa, condivisione del proprio stato d’animo nel momento che si vive e consapevolezza di quello delle persone intorno a noi; alleanza, circa i temi e difficoltà che si ritine utile e prioritario affrontare, utilizzando le risorse proprie e dell’ambiente; obiettivi, costruzione di piccoli passi realistici e pragmatici per affrontare le difficolta di cui abbiamo scelto di occuparci.
“Nel tempo il metodo è stato applicato all’interno di alcuni gruppi di Auto Mutuo Aiuto per persone con storia migratoria e infine nell’attuale gruppo C.I.A.O. in corso presso il Centro Casa – continua Tarricone - Questo gruppo, a geometria mobile e inclusiva, aperto a tutti e tutte gli interessati, è divenuto nel corso del tempo un vero e proprio laboratorio di recovery personale e di gruppo, da cui sono partite diverse iniziative promosse dall’interesse dei partecipanti, come il Caffè Migrante. Contatto e Intesa, i primi passi dello stare insieme e capirsi, sono mediati dal gioco dello Shangai, che apre ogni incontro, e dalla descrizione, anche tramite immagini ed emoticon del proprio stato d’animo. Alleanza e Obiettivi hanno significato ad esempio decidere di costruire insieme a utenti, volontari, operatori un vademecum delle risorse disponibili in città per i bisogni di base delle persone senza fissa dimora (dove mangiare, dove lavarsi, etc), ma anche incontrarsi per decorare oggetti di uso quotidiano e studiare insieme il nostro logo”.
Il percorso migratorio può comportare cambiamenti profondi nella vita di una persona. La separazione dagli affetti, la perdita dei punti di riferimento, le difficoltà linguistiche, la precarietà lavorativa e abitativa, così come eventuali esperienze traumatiche, possono influire sul benessere emotivo e psicologico. “A queste condizioni si aggiunge talvolta la difficoltà di trovare luoghi nei quali sentirsi riconosciuti, senza essere identificati esclusivamente attraverso la propria condizione di migrante o di persona in difficoltà”, spiega Tarricone.
In questo contesto, il gruppo C.I.A.O. rappresenta una risorsa importante. La condivisione tra pari permette di scoprire che non si è soli, che le proprie esperienze possono trovare comprensione e che anche le difficoltà vissute possono diventare occasione di confronto e crescita reciproca. Nel gruppo ogni partecipante porta con sé esperienze, conoscenze e capacità che possono essere preziose per gli altri. “È una forma di sostegno che valorizza la reciprocità e restituisce centralità alla persona, riconoscendola non soltanto come destinataria di un intervento, ma come protagonista del proprio percorso”, continua la psichiatra.
Il Gruppo C.I.A.O. rappresenta un esempio concreto di uno spazio nel quale la promozione della salute mentale passa attraverso l'ascolto, la relazione e la possibilità di costruire legami di fiducia.
Prendersi cura della salute mentale significa anche contrastare l'isolamento e creare condizioni nelle quali le persone possano sentirsi parte della comunità.
Caffè Migrante: un incontro per costruire nuove possibilità
Questa attenzione alle relazioni e alla partecipazione ha trovato un'ulteriore occasione di confronto nell'appuntamento del “Caffè Migrante”, un incontro gratuito e aperto a tutte e tutti, pensato per condividere storie ed esperienze, tra caffè, musica e parole, e riflettere sulla possibilità di progettare insieme percorsi di recovery rivolti a persone con storia migratoria e persone senza fissa dimora.
Durante l'appuntamento è emersa la proposta di costruire un laboratorio che abbia come punto di partenza la musica, immaginata come strumento capace di favorire l'incontro tra persone provenienti da Paesi e contesti culturali differenti.
La proposta è ancora in fase di co-progettazione, ma contiene un elemento particolarmente significativo: il desiderio di creare attività che possano coinvolgere anche quella parte di popolazione che spesso rimane distante dalle iniziative sociali e culturali.
Non si tratta semplicemente di organizzare qualcosa per le persone, ma di costruire opportunità insieme a loro, partendo dai loro interessi, dalle loro esperienze e dalle loro possibilità di partecipazione.
Un ruolo importante nel confronto è stato quello di Doriana, barista del Kibo Caffè, che attraverso il suo lavoro quotidiano conosce da vicino la realtà del Parco della Montagnola.
Il parco rappresenta un luogo di incontro e di passaggio, ma anche uno spazio nel quale trascorrono molte ore persone con provenienze e condizioni di vita differenti. Alcune, prive di una sistemazione abitativa stabile, vi trovano anche un luogo in cui dormire.
La conoscenza diretta di Doriana ha offerto uno sguardo concreto su questa realtà e ha contribuito alla riflessione su come avvicinare persone che, pur vivendo quotidianamente il parco, possono rimanere escluse dalle opportunità di socializzazione e partecipazione. Il suo contributo mette in evidenza un aspetto fondamentale del lavoro di comunità: per costruire interventi realmente inclusivi è necessario conoscere i luoghi, ascoltare chi li vive e riconoscere le relazioni che già esistono. Doriana si è dunque mostrata una figura chiave per promuovere percorsi di recovery per le tante persone socialmente svantaggiate che frequentano la montagnola, con il suo ruolo di “cultural broker” cioè di persona che per esperienza e professione è in grado di conoscere e dare voce a persone fragili e talora invisibili di cui si è conquistata la fiducia in Montagnola.
La Montagnola potrebbe così diventare non soltanto lo scenario di un'attività, ma il punto di partenza di un percorso condiviso, capace di valorizzare le differenze e creare nuove occasioni di incontro. Tra le idee emerse al Caffè Migrante, quella di utilizzare la musica come elemento centrale di un futuro laboratorio appare particolarmente interessante anche dal punto di vista della promozione del benessere psicologico. La musica attraversa culture, generazioni e lingue differenti. Può evocare ricordi, richiamare luoghi di appartenenza, permettere di esprimere emozioni e favorire la comunicazione anche quando le parole sono difficili da trovare. Per chi ha vissuto un percorso migratorio, una canzone può rappresentare un legame con la propria storia, con la propria lingua e con la propria identità culturale. La musica potrebbe diventare un collante tra persone che parlano lingue diverse, hanno attraversato esperienze differenti, ma condividono il bisogno universale di essere riconosciute e di appartenere a una comunità.
Parlare di salute mentale significa anche interrogarsi sulle condizioni che producono esclusione, isolamento e perdita di opportunità. Le persone con storia migratoria e senza dimora non sono gruppi omogenei, ma possono vivere condizioni di vulnerabilità psicologica legate alla precarietà, alla discriminazione e alla mancanza di sostegno, rendendo importanti progetti capaci di riconoscerne i bisogni e valorizzarne le risorse. L'esperienza del Gruppo C.I.A.O. e il confronto nato al Caffè Migrante testimoniano la volontà di costruire occasioni di ascolto e partecipazione, attraverso il coinvolgimento di volontari, educatori, persone migranti e cittadini.
Queste iniziative non sostituiscono gli interventi sanitari, abitativi e sociali necessari per affrontare situazioni di grave marginalità, ma possono contribuire a costruire quella rete di relazioni e appartenenza che rappresenta una componente importante della salute mentale di comunità.
A volte tutto comincia da un gesto semplice: sedersi intorno a un tavolo, condividere un caffè, ascoltare una storia o una canzone.
Da questi incontri possono nascere fiducia, nuove relazioni e possibilità di progettare insieme.
Il valore di esperienze come il Gruppo C.I.A.O. sta proprio nel ricordarci che prendersi cura della salute mentale significa anche costruire una comunità capace di vedere, ascoltare e riconoscere ogni persona.
Perché dietro ogni persona considerata invisibile c'è una storia che merita di essere ascoltata, una voce che può trovare spazio e una risorsa che può arricchire la comunità. E una città che promuove davvero la salute mentale è una città nella quale nessuno deve rimanere invisibile.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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