di Federico Mascagni
“Questi incontri di fiabe possono forse […] aiutare proprio la nostra salute mentale per una via che non è quella della psicoterapia o della diagnosi o della riabilitazione, ma della condivisione di racconti, immagini, costruzioni comuni su mondi interni”. Così lo psichiatra Michele Filippi, presidente dell'associazione L'Arco – Corrispondenze per la Recovery, spiega a Sogni e Bisogni il senso dei due incontri di narrazione di fiabe che l'associazione ha organizzato a Bologna, il 2 ottobre e il 9 ottobre, nel Centro Linea 37 di via Scipione Dal Ferro 16, nel Quartiere San Donato-San Vitale.

Gli appuntamenti, promossi in occasione della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, sono stati affidati all'attrice e narratrice Alessandra Tommasini: fiabe raccontate a voce, come si faceva una volta, seguite da uno spazio di ascolto e di confronto tra i partecipanti.
La narratrice racconta seduta, in uno spazio raccolto, e il suono di una campana segna l'ingresso nella storia e l'uscita. Al termine, un momento di silenzio in cui chi vuole scrive su un cartoncino una domanda, una sensazione, un'immagine rimasta impressa; i biglietti vengono raccolti in una scatola e letti ad alta voce, e da lì prende avvio il dialogo.
Perché proprio le fiabe? “C'era una mia antica e attuale passione per le fiabe”, risponde Filippi. Poi è arrivato l'ascolto di alcuni racconti della stessa Tommasini. Da quell'esperienza è nata l'idea di “provare a vedere che risonanza” le fiabe potessero suscitare anche in altri. L'idea che questi incontri possano sostenere la salute mentale, precisa, nasce “dalle risposte che abbiamo avuto di parecchi partecipanti”.
Le fiabe, secondo Filippi, “ci parlano di mondi interni, a noi, di mondi dei nostri rapporti con gli altri, di mondi del nostro rapporto col mondo, con la realtà, con la natura”.
“Non ho esperienza di un utilizzo all'interno di terapie strutturate della fiaba”, precisa Filippi. Altri però, ricorda, ne hanno fatto esperienza “nel promuovere una miglior armonia interna delle persone che hanno avuto traumi, difficoltà e quindi a oggi disturbi, ma anche di tutti, perché tutti ne abbiamo avuti e tutti siamo in questo mondo”.
Il materiale delle fiabe è fatto di paure, povertà, abbandono, lutti, ammazzamenti, invidie, gelosie, conflitti. Ma la particolarità delle fiabe, sostiene Filippi, sta nella loro “sintesi, un po' come i nostri sogni, sintesi e quindi anche simbolica”, e nel fatto che “non sono spiegate”.
Le fiabe, aggiunge, “hanno una tale densità che consentono a tanti di noi di riconoscersi per un aspetto o per un altro, di suscitare collegamenti con quello che noi abbiamo vissuto e ricordiamo o non ricordiamo”.
Sulla natura delle fiabe si è soffermata a lungo Alessandra Tommasini, che al proprio progetto di narrazione ha dato il titolo “Storie che curano”. Le fiabe, ha ricordato, sono “un patrimonio culturale dell'umanità” e, contrariamente a quanto si crede, non sono nate per i bambini: “Sono storie nate tra le genti, tra i contadini, tra i pescatori, […] quella parte umile dell'umanità che si ritrovava dopo una giornata di lavoro”. Si raccontavano la sera, in cucina, la stanza più calda della casa, dove il fuoco serviva per cucinare, per scaldarsi e per fare luce. I bambini erano presenti e spesso si addormentavano ascoltando.
Non vanno confuse con le favole, ha precisato: le due forme si somigliano, sono «cugine», ma non sono la stessa cosa. La favola ha un autore riconosciuto, da Esopo a La Fontaine, ha spesso per protagonisti animali che parlano con gli esseri umani e un intento morale: insegnare che cosa sia giusto fare e che cosa no. La fiaba no. È anonima, di origine incerta – c'è chi la fa risalire all'Oriente, chi addirittura alla preistoria – e non si propone di impartire lezioni.
Anche le raccolte più celebri non sono opere d'autore. I fratelli Grimm, ha spiegato Alessandra Tommasini, andarono ad ascoltare i contadini e chi narrava, e trascrissero quelle storie, salvando un patrimonio che la sola oralità rischiava di disperdere. Ma intervennero anche sui testi, che nelle edizioni successive alla prima, del 1812, furono rielaborati secondo il linguaggio e l'estetica del romanticismo tedesco.
Altri elementi aiutano a entrare nel linguaggio delle fiabe. Il tempo, anzitutto, che non è lineare: è notte e poi improvvisamente giorno, non si capisce quanti giorni passino, come accade nei sogni. Poi il bosco – o il deserto delle Mille e una notte –, il luogo in cui si va dopo aver lasciato la casa dei genitori, come accade nella vita: un luogo di cose sconosciute, di paura, di insicurezza. E quasi sempre una figura spaventosa, una strega o un personaggio terribile, che però è necessaria al protagonista perché rende possibile la trasformazione. Il ciclo è quello di vita, morte e rinascita. E il lavoro non si esaurisce nell'ascolto: “La fiaba ha questo potere che continua a lavorare dentro di noi dopo che si è ascoltata la storia”.
Alessandra Tommasini legge i personaggi delle fiabe come archetipi, che “rappresentano dei modelli ben precisi” e si ritrovano “in altre storie, in altre culture, in altre civiltà”. “Per questo le fiabe sono così importanti e non dobbiamo perderle - ha detto - perché ci raccontano di noi”.
L'attrice ha richiamato anche l'inconscio, nella lettura di Freud e di Jung, come quella parte di noi che lavora a nostra insaputa e che si esprime in linguaggi diversi da quello logico: i sogni, l'intuizione, il corpo, la musica, le arti. Per questo, ha sostenuto, non tutto può o deve essere spiegato razionalmente.
Filippi richiama l'antropologo Ernesto de Martino e la sua idea di cultura come lavoro collettivo su quella che lo studioso chiamava “crisi della presenza”: per Filippi, “la paura di non esserci più, la paura di non esistere, la paura di non avere più contatto col mondo”. Nelle sue ricerche nel Sud Italia, dalla Lucania al Salento del tarantismo, de Martino aveva descritto come queste crisi, legate alla precarietà dell'esistenza, alla malattia e alla morte, venissero affrontate con riti condivisi dalla comunità: la musica e la danza attorno alla tarantata, il lamento funebre. Oggi, spiega Filippi, senza “nostalgie impossibili”, si tratta di attingere a pratiche elementari. L'esempio più vicino sono i gruppi di auto mutuo aiuto, “di una elementarità sgomentante”: poche cose, l'ascolto, il rispetto, spazi in cui costruire insieme dialogo e riflessione al riparo dal “vortice delle nostre relazioni sociali attuali”. La fiaba aggiunge a questi spazi uno stimolo, “un'apertura di uno scrigno”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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