di Federico Mascagni
A Cento, in provincia di Ferrara, un bosco di pianura di oltre cinque ettari cresciuto negli spazi dell'ex tipografia Siaca Arti Grafiche è diventato un luogo di verde terapeutico: il Bosco Integrale, progetto della Fondazione Caterina Novi Ets, affianca agli eventi aperti al pubblico e ai laboratori per le scuole percorsi di orticoltura terapeutica e di forest bathing (i bagni di foresta) rivolti anche alle persone con fragilità.

È un'esperienza privata e non profit, nata in un comune che confina con la città metropolitana di Bologna, e proprio per questo interroga le associazioni bolognesi della salute mentale: recuperare boschi urbani e aree verdi del territorio per tenere insieme la tutela dell'ambiente e quella della salute mentale.
Sogni e Bisogni ne ha parlato con Ilaria Cerioni, che per la Fondazione Caterina Novi progetta le attività di verde terapeutico e costruisce la rete con enti pubblici e privati del territorio: dalla nascita del bosco alle attività per le persone più fragili, dal modello di sostenibilità economica al rapporto, ancora da costruire, tra interventi in natura e servizi sanitari.
Tornare all’armonia fra natura e persona. È questo l’obiettivo del Bosco Integrale?
L'idea è proprio quella: ma la natura non è solamente un mezzo per stare meglio. Nelle attività educative, sociali e terapeutiche non è considerata solo uno strumento, ma un elemento di una convivenza armonica per stare bene tutti: noi esseri umani, che siamo natura anche noi, e la natura intesa come spazio verde, quindi flora, fauna e tutto ciò che la riguarda.
Attraverso cosa passa questo rapporto di scambio e di reciprocità?
Penso che il nome stesso, Bosco Integrale, sia una risposta a questa domanda, perché racchiude il significato dello spazio. Integrale ha due sensi. Il primo è che la natura, lo spazio verde, le piante vengono il più possibile lasciate libere: la gestione del verde, che oggi è affidata a un gruppo di volontari, riduce al minimo l'intervento umano. Stiamo lavorando anche per capire come farla al meglio, in modo da tenere insieme la sicurezza e la tutela ambientale, sempre con il minor intervento possibile. L'altro significato di integrale riguarda la comunità: vuole essere uno spazio aperto a tutti e a tutte, uno spazio accogliente, che accoglie anche le persone che hanno una fragilità o che attraversano un momento di fragilità.
Quali attività si svolgono all'interno del Bosco Integrale?
Si va dagli eventi pubblici, aperti alla socialità, che sono stagionali, principalmente in primavera, in estate e in autunno, e sono tutti elencati sul sito. Sono soprattutto eventi a tema: dalla festa e dal festival dedicati alla natura e alla sua tutela alla festa della birra d'estate, fino a Calice nel Bosco, ed è un evento di degustazione dei vini. Sono eventi aperti alla comunità, fruibili da tutti, all'interno dei quali si organizzano anche laboratori e attività per bambini e famiglie, sempre coerenti con i valori e il messaggio del Bosco. Poi ci sono le attività educative per scuole e famiglie: abbiamo una didattica per cui scuole o gruppi possono iscriversi per venire a fare dei laboratori, incentrati sull'outdoor education. Un altro tipo di attività sono l'orticoltura terapeutica e il forest bathing, che rientrano sotto il grande cappello del verde terapeutico, cioè degli interventi in e con la natura. Adesso, con la rigenerazione degli spazi coperti, stiamo lavorando anche per proporre eventi culturali, sempre aperti al pubblico: attività di divulgazione, di prevenzione e anche terapeutiche.
Quali attività terapeutiche svolgete e in che cosa consiste il tuo lavoro di coordinatrice?
Come coordinatrice il mio lavoro è principalmente progettare attività e progetti di verde terapeutico. Lo faccio in vari modi, per esempio dialogando con il Comune di Cento, con cui nell'estate del 2024 abbiamo realizzato il progetto pilota da cui è partito tutto, il progetto Nuvola: un percorso di cinque incontri di orticoltura terapeutica con utenti inviati dai servizi sociali, fatto con quello che avevamo allora, perché non avevamo ancora l'orto. A settembre del 2025, quindi un anno fa, abbiamo vinto un bando di finanziamento del Fondo Carta Etica di UniCredit, con cui abbiamo realizzato l'orto terapeutico: un orto rialzato con cassoni, una pedana in legno accessibile anche alle persone con mobilità ridotta e dei tavoli rialzati.
Il mio lavoro consiste poi nello scrivere progetti e nel creare relazioni e partnership con il Comune, con il Centro per le Famiglie, mi piacerebbe costruire una relazione anche con l'Asl, e con enti privati, altre fondazioni o cooperative interessate a sviluppare attività di verde terapeutico. In questo senso abbiamo svolto attività anche all'interno di bandi della Regione Emilia-Romagna che abbiamo vinto: attività non continuative, in cui ogni azione prevedeva quattro o cinque incontri programmati. Nello specifico facciamo orticoltura terapeutica e forest bathing. Dell'orticoltura terapeutica si occupa la mia collega Giulia Galiera, educatrice e ortoterapeuta, che segue anche i laboratori per le scuole; per il forest bathing collaboriamo con Barbara Arcari, conduttrice di bagni di foresta.
Su quale intervento nella natura legato alla salute mentale secondo te bisognerebbe scommettere?
Esiste uno studio scientifico che mette a confronto i vari tipi di interventi che si possono fare in natura, e quello che ne emerge è che gli interventi con un contatto più diretto con la natura, quindi l'orticoltura terapeutica o il forest bathing, hanno risultati migliori rispetto, per esempio, allo yoga in natura. Gli interventi con un contatto diretto sono quelli che sembrano avere i risultati migliori.
Rispetto al tema della salute mentale, quello che mi viene da dire è che a oggi è prematuro pensare che il sistema sanitario sia disposto in tempi brevi a integrare queste attività nei piani terapeutici. Quello sarebbe il punto d'arrivo, ma ciò di cui c'è bisogno è fare ricerca e avviare progetti pilota in cui si creino alleanze tra diverse tipologie di enti, per esempio università, Asl, professionisti delle foreste o del settore agricolo, per verificare nella pratica i benefici e avere più dati. A livello di letteratura scientifica, se non in Italia, in Europa e nel mondo ci sono diversi studi sul benessere che possiamo trarre dallo stare in natura. Sarebbe molto interessante approfondire anche l'analisi costi-benefici: in un momento in cui il sistema sanitario è sotto pressione per varie ragioni, capire quanto l'integrazione degli interventi in natura, considerandone anche i costi, possa aiutare a contenere la spesa sanitaria.
Le associazioni bolognesi possono venire a trovare il Bosco Integrale, conoscervi e capire se si può attivare una forma di collaborazione?
Sì, assolutamente, molto volentieri. Basta contattarmi via e-mail, all'indirizzo ilaria.cerioni@fondazionecaterinanovi.org: ci organizziamo per una visita al bosco e ci conosciamo.
Un Bosco Integrale anche a Bologna?
L'esperienza di Cento indica una strada percorribile anche nella città metropolitana di Bologna. Una fondazione non profit ha acquistato un'area un tempo industriale che si era rinaturalizzata, un bosco urbano di proprietà privata, e ne ha fatto un luogo di attività sociali e terapeutiche. Nel modello del Bosco Integrale la salvaguardia del verde è il primo pilastro: le finalità sociali e terapeutiche vengono dopo e dipendono da essa, perché senza lo spazio non ci sarebbero. Acquistare l'area ha significato anche sottrarla a chi, al posto del bosco, avrebbe potuto costruire una spianata di cemento.
Bologna ha molte ex caserme e aree dismesse che si sono rinaturalizzate. Il grande bosco urbano dei Prati di Caprara, nei pressi dell'Ospedale Maggiore, appartiene a Invimit Sgr, società del Ministero dell'Economia e delle Finanze. In città operano anche fondazioni con finalità soprattutto ambientali ed educative, come la Fondazione IU Rusconi Ghigi, che dal 2024 ha incorporato la Fondazione Villa Ghigi e gestisce il Parco Villa Ghigi: realtà che potrebbero promuovere iniziative di questo genere.
Il Bosco Integrale resta però un intervento privato, reso possibile da una famiglia e da una fondazione che hanno potuto permetterselo. Per riproporlo sul territorio bolognese servirebbe un'alleanza diversa: le associazioni della salute mentale, in collaborazione con le cooperative sociali che operano nel settore e con qualche sponsor generoso, potrebbero tentare di recuperare boschi urbani e aree verdi nelle zone rurali della cintura metropolitana, per associare la tutela dell'ambiente a quella della salute mentale. L'intervista a Ilaria Cerioni indica le condizioni pratiche: un modello di finanziamento misto, la consapevolezza dei costi di manutenzione del verde e degli edifici, una rete di persone che condividano la stessa visione e, sul piano clinico, progetti pilota costruiti insieme a università e servizi sanitari. Il primo passo è alla portata di tutti: la disponibilità della fondazione ad accogliere al Bosco Integrale le associazioni bolognesi che vogliano conoscerne da vicino l'esperienza.
Bosco Integrale, via Ferrarese 31/1, Cento (Ferrara). Sito: boscointegrale.org. Per visite e collaborazioni con associazioni ed enti: ilaria.cerioni@fondazionecaterinanovi.org.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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