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La morte di Fakir tra inadeguatezza del sistema e sciacallaggio politico

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni

Una domenica mattina, nel caldo insostenibile di mezzogiorno, due agenti di polizia raggiungono via Svevo – zona Pilastro, Bologna - dopo una segnalazione telefonica di una abitante, che richiede aiuto per una persona che sta male. Trovano un uomo a terra mentre urla frasi sconnesse e chiede aiuto; l'uomo si rialza, colpisce le serrande di alcuni garage, poi si stende a testa in giù su una scalinata. Quando due uomini scendono da un'auto, Abderrahim Fakir – questo il nome della persona in escandescenze - colpisce il cofano con un pugno: scoppia una lite tra i tre, ed è a quel punto che uno dei due agenti accende la bodycam. Dai fotogrammi diffusi dal quotidiano Il Resto del Carlino il 24 luglio (cinque giorni dopo la tragedia) si vede l'intervento con cui i poliziotti separano Fakir dai due cittadini e lo immobilizzano a terra; segue un lungo contenimento. Poi arrivano i sanitari che tentano le manovre di rianimazione. Purtroppo inutili.

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                               Striscione al Pilastro per Abderrahim Fakir (foto Laura Pasotti)

Il legale dei due agenti, Gabriele Bordoni sostiene che l'intervento dei poliziotti sia stato condotto “in maniera ineccepibile”. Sulla richiesta di un'automedica, l'Ausl di Bologna ha smentito la ricostruzione circolata sulla stampa, secondo cui la Centrale operativa 118 non sarebbe stata inviata per indisponibilità del mezzo: “Gli elementi documentali attualmente in possesso dell'Azienda, comprese le registrazioni delle chiamate e la documentazione della Centrale operativa, non confermano tale ricostruzione”.

Fakir il 20 giugno si era presentato al pronto soccorso dell'ospedale Maggiore di Bologna in ambulanza, dopo essersi procurato ferite a un polso; quel giorno disse di essere depresso e chiese di parlare con uno psichiatra. L'accesso fu registrato con la motivazione “Psichiatrica – preoccupazione per il benessere del paziente”. Pochi giorni prima, il 12 giugno, a Castello d'Argile era stata segnalata la presenza di un uomo in stato confusionale in un'area condominiale: “Era in stato confusionale ma non aggressivo”, ha raccontato il sindaco Alessandro Enriquez, che gli aveva parlato e offerto aiuto; era stato avvisato anche il 118, ma l'uomo “aveva rifiutato il ricovero”.

Questi i fatti ricostruiti attraverso le informazioni desunte dai quotidiani. Quante persone, siano essi persone con esperienze di acuzie psichiatriche, familiari di pazienti, operatori della salute mentale, riconoscono in questa storia una matrice che, a parte il finale tragico, si è ripetuta tante volte e ancora di più si ripeterà in futuro?

La domanda non è retorica. Sui social si sono scatenati gli sciacallaggi politici e la cattiva coscienza delle persone terrorizzate dal clima di insicurezza diffuso, che molto probabilmente hanno un parente, un amico, un conoscente che ha vissuto un’esperienza simile di spaesamento, crisi, se non addirittura di Tso.

Eppure tanti sono caduti nella trappola delle dichiarazioni d’effetto di commentatori carichi di aggressività che non riescono a vedere in Fakir il vero protagonista della vicenda, l’evidente vittima di una situazione tutta da chiarire che ha portato alla morte di una persona in stato di sofferenza mentale. Un dato secondario per chi si è preso la briga di andare a spulciare sul web alla ricerca morbosa – si dice, ecco le cause, se l’è andata cercare – delle macchie nel suo passato.

Sul caso è intervenuto anche Francesco Maria Caruso, già presidente del Tribunale di Bologna, oggi magistrato in pensione, in un post pubblicato su Facebook e ripreso da estense.com.

Caruso richiama una giurisprudenza consolidata della Cassazione, secondo cui di fronte a un soggetto agitato e affetto da manifesta patologia psichiatrica “l'intervento degli agenti deve essere di tipo protettivo, in attesa del rapido intervento medico [...] l'azione deve essere di contenimento e di protezione, in primo luogo del soggetto in difficoltà”, e che “la forza di polizia agita deve essere quella minima e tecnicamente responsabile per consentire la sedazione”.

Il 26 luglio nove sigle dell'emergenza-urgenza e dell'area critica - Aies (Accademia Italiana Emergenza Sanitaria), Aniarti (Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica), Cosmeu (Coordinamento Specializzandi Medicina d'Emergenza-Urgenza), Gft (Gruppo Formazione Triage, Società Scientifica), Hems Association (Helicopter Emergency Medical Service Association), Irc (Italian Resuscitation Council), Siaarti (Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva), Siems (Società Italiana Emergenza Sanitaria) e Simeu (Società Italiana di Medicina d'Emergenza-Urgenza) - hanno firmato un position paper congiunto intitolato “La morte di una persona merita rispetto, non semplificazioni”, dedicato esplicitamente alla vicenda di Fakir.

Il documento chiede rispetto per la vittima, la famiglia e “tutte le persone coinvolte, compresi gli operatori del sistema di emergenza-urgenza […] i soccorritori, i volontari del soccorso, gli operatori sanitari, le Forze dell'Ordine", e invita il dibattito pubblico a procedere "con prudenza e rigore, evitando conclusioni affrettate mentre sono ancora in corso gli accertamenti della magistratura e le verifiche tecnico-sanitarie”. Le firmatarie chiedono che l'analisi dell'accaduto non cerchi “un colpevole da indicare all'opinione pubblica”, ma contribuisca a individuare interventi organizzativi, formativi e professionali per rafforzare il sistema.

Il Dipartimento di salute mentale - dipendenze patologiche dell'Ausl di Bologna non ha finora preso pubblicamente posizione sul caso. Il direttore del Dsm-Dp, Fabio Lucchi, e il direttore dell'Spdc di San Giovanni in Persiceto, Federico Chierzi, avrebbero scelto - in linea con l'orientamento dell'Azienda - di non rilasciare dichiarazioni in attesa che la vicenda assuma contorni più definiti.

Fin qui le dichiarazioni . e i ragionevoli no comment - degli esperti medici e giuridici. Permettetemi ora di raccontarvi cosa è successo pochi giorni dopo, senza che l’episodio salisse agli onori della cronaca. Di quanto segue sono stato testimone diretto e le parole le ho raccolte in mezzo a una piccola folla radunata durante tutta la vicenda.

Un giovane, nero, si aggira in un parco cittadino in forte stato di alterazione. “Aveva cominciato dando calci ai cartelloni sul viale”, “pare abbia rotto un bicchiere del ristorante”. Un semicerchio di poliziotti e militari tenta di calmare questa figura esile che gesticola disperata. Gli parlano, cercano di ragionare, ascoltano. È come ho visto altre volte comportarsi le forze dell'ordine: numerosi, pazienti, empatici, tengono la distanza di sicurezza dalla persona in crisi ma gli parlano come si parla a una persona, non a un criminale o a un bambino.

Le opinioni degli spettatori passano di bocca in bocca. “È un drogato o è un ubriaco”, “sarà quello dell'altro giorno che infastidiva tutti”, “puntualmente un immigrato”, “ma perché, anche fosse matto, lo rilasciano subito?”, “vi dico che in quel quartiere ogni notte è così”. Si discute, poi si dialoga.

La conversazione prende poi un'altra direzione: “Un conto sono quelli come lui - non so neanche come definirlo, non certo delinquente - un altro la criminalità organizzata”, “ma perché se sono malati e non hanno nessuno non li mettono in appartamenti dove possano vivere una vita normale?”. E poi “buonasera”, “buonasera a lei”, e il gruppetto di sconosciuti si scioglie.

L'opinione pubblica si forma sui social, sulle notizie lette sul web, sul sentito dire. Poi si può essere testimoni diretti. E se un granello di dubbio blocca il meccanismo del pregiudizio, capita che le osservazioni prendano la dimensione della complessità, e si tenti di ragionare.

Se si vuole soffiare sul fuoco della rabbia sociale, si prosegua pure come si sta facendo adesso. Altrimenti la politica (scusate la genericità) abbia un sussulto di dignità e responsabilità e affronti seriamente il discorso della salute mentale riconoscendo le inadeguatezze a cui porre rimedio, correggendo la disinformazione, ristabilendo la verità dei fatti. Perché, si sappia, dalle porte dei manicomi - sbarrate quasi cinquant’anni - sembra provenire un sinistro cigolio.



 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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