di Laura Pasotti
Gli spazi di ascolto a scuola sono luoghi in cui psicologi o educatori professionali accolgono studenti, docenti, personale Ata e genitori in incontri individuali o di gruppo per promuoverne il benessere, prevenire il disagio, gestire lo stress emotivo. Nell'area metropolitana di Bologna sono circa 6 mila i ragazzi e le ragazze che frequentano le scuole medie, superiori, paritarie e gli istituti professionali che, nell'anno scolastico 2024/2025, hanno chiesto aiuto allo psicologo del loro istituto. Quasi 3 mila i genitori, docenti e il personale Ata che si è rivolto allo sportello. Il sistema è consolidato, anche se ci sono ancora diverse criticità, tra cui l'inizio tardivo delle attività e il numero di ore di apertura.

A spiegare luci e ombre del sistema è Bruna Zani, presidente dell'Istituzione Gian Franco Minguzzi, realtà che ha curato insieme a Città Metropolitana e Regione il rapporto sugli spazi di ascolto nelle scuole di Bologna. Spesso l'attività degli sportelli di ascolto, presenti ormai in ogni scuola, parte in ritardo rispetto all'avvio dell'anno scolastico, in particolare alle medie: nel periodo preso in considerazione dall'indagine, solo il 41% degli istituti ha aperto lo spazio tra settembre e ottobre, il 21% lo ha attivato tra novembre e dicembre, mentre in un terzo delle scuole l'attività di supporto psicologico è partita tra gennaio e febbraio dell'anno successivo. Alle superiori va un po' meglio, nella maggior parte delle scuole lo spazio di ascolto ha iniziato l'attività tra settembre e ottobre. “Ci si deve interrogare sui motivi di questi ritardi – scrive Zani nell'intoduzione del rapporto – sottolineando con forza la necessità che l'apertura dello spazio coincida con l'inizio dell'anno scolastico, momento cruciale per l'esperienza di studenti e studentesse, specie nelle prime classi”. Uno dei motivi del ritardo può risiedere nel fatto che i bandi per finanziare gli sportelli sono annuali. Esistono però bandi pluriennali previsti dalle Linee guida regionali, sottolinea Zani, che potrebbero risolvere il problema. Il numero di ore di attività varia moltissimo nelle risposte date dalle scuole: si va da 40 a 730 alle medie e da 30 a 550 alle superiori.
Le richieste di aiuto cambiano a seconda che ad accedere allo spazio di ascolto siano gli studenti, i docenti o il personale della scuola o le famiglie. Ragazzi e ragazze esprimono bisogni che riguardano in primis la sfera emotiva e psicologica personale: allo psicologo o all'educatore chiedono supporto per problematiche di ansia, disagio emotivo, senso di vuoto, bassa autostima, vissuti di inadeguatezza, insicurezza, dubbi sull'identità di genere e sull'orientamento sessuale, difficoltà di regolazione delle emozioni, difficoltà comportamentali, sofferenza emotiva, attacchi di panico, comportamenti autolesionistici, lutti. Altre richieste riguardano le difficoltà nelle relazioni interpersonali, le dinamiche famigliari e il rapporto con i genitori e, in misura minore, i problemi di apprendimento. “Negli studenti delle superiori, rispetto ai più piccoli, oltre alle naturali differenze legate all'età e al percorso di crescita, emerge un generale aggravamento degli stati di sofferenza emotiva, con l'insorgenza (o il riacutizzarsi) di manifestazioni di disagio più significative (e compare anche il tema della dipendenza dai social)”, scrive Zani.
Chi opera nello spazio di ascolto (uno psicologo nella metà degli istituti, un educatore professionale negli altri) deve svolgere anche una funzione di raccordo all'interno della scuola, facilitando la comunicazione, collaborando nella gestione delle problematiche interne all'istituto e con i docenti nelle situazione critiche. Questo avviene in poco più della metà dei casi. Va un po' meglio, invece, la relazione con i servizi esterni: nella maggioranza dei casi l'operatore è in collegamento con i servizi sociali, con la Npia, con i Centri per le famiglie, i servizi educativi, i consultori per giovani. Ma, come precisa Zani, un coordinamento a livello territoriale o ditrettuale degli spazi di ascolto esiste in poco meno del 40% dei casi.
Le tematiche portate dai genitori riguardano il benessere dei figli (in cui oltre ai problemi di salute, ansia, relazioni tra pari c'è anche il rischio di ritiro) e la relazione con i figli, chiedono aiuto cioè nel gestire la conflittualità intrafamiliare e nel rafforzare le proprie competenze educative. Docenti e personale Ata chiedono aiuto soprattutto nella gestione della classe, negli interventi in risposta a bisogni specifici di singoli studenti, nella comunicazione con i genitori e con i servizi, ma anche per aspetti che riguardano il proprio benessere: gestione del carico emotivo e dello stress lavorativo e rischio di burnout e difficoltà nelle relazioni con i colleghi.
Il quadro che emerge dal monitoraggio annuale, questo è il settimo, “mette in primo piano la parte più fragile e vulnerabile degli adolescenti, interrogando tutta la comunità educante sulla sua capacità di fornire risposte efficaci, riflessioni serie, impegni concreti”, dice Zani che, oltre a sottolineare i punti di forza del sistema ne evidenzia anche le debolezze: carenza di fondi, esiguità delle ore, discontinuità del servizio, interventi troppo brevi rispetto al bisogno, il tema del consenso dei genitori e lo scarso riconoscimento. Va inoltre incrementato il lavoro di rete con i servizi sociali, educativi e sanitari del territorio, serve fare prevenzione per superare gli interventi in emergenza e investire sulla formazione.
Qui tutti i materiali sugli spazi di ascolto a scuola dal sito dell'Istituzione Gian Franco Minguzzi.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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