di Chiara Ghelfi
Il panorama della salute mentale nel territorio bolognese sta attraversando una fase di profonda trasformazione, che procede a un ritmo sempre più rapido. Accanto agli strumenti già consolidati, negli ultimi anni ne sono stati introdotti di nuovi, capaci di ampliare e rafforzare l’offerta dei servizi, ridefinendo modalità di presa in carico, obiettivi e alleanze.

Il filo conduttore di questo cambiamento è chiaro: spostare il baricentro sulla persona, dai servizi alle reti territoriali, dai percorsi standardizzati a progetti di vita costruiti insieme. Fondamentale è il valore del lavoro di rete: integrazione tra servizi sanitari, scuola, servizi sociali, associazionismo e risorse informali. L’idea è che la salute mentale debba essere costruita nei contesti di vita quotidiana, non solo nei luoghi della cura. In questo senso, Bologna sta sviluppando interventi territoriali integrati, dispositivi di accompagnamento personalizzato, pratiche orientate alla partecipazione attiva, progettualità che tengono insieme prevenzione, cura e inclusione.
Tra gli strumenti centrali di questo nuovo assetto c'è il Budget di Salute (BdS), introdotto in modo strutturato dal 2016 come dispositivo integrato socio-sanitario a sostegno di progetti terapeutico-riabilitativi personalizzati. Il BdS rappresenta l’insieme coordinato di risorse economiche, professionali, familiari e comunitarie attivate per sostenere un progetto di vita individuale. Attraverso una presa in carico globale della persona e del suo contesto, promuove un processo di capacitazione orientato al recupero dei diritti, al miglioramento del funzionamento psico-sociale e all’inclusione attiva nella comunità. Si tratta di uno strumento organizzativo flessibile che integra interventi sanitari e sociali, garantendo l’esigibilità del diritto alla salute e favorendo la domiciliarità, l’autodeterminazione e la partecipazione attiva della persona. Il protagonismo dell’utente e della sua rete si concretizza nella co-costruzione del progetto personalizzato, formalizzato attraverso un patto condiviso.
Accanto a questo strumento, si stanno affermando pratiche orientate in modo sempre più deciso all’inclusione sociale e lavorativa. Tra queste, l’IPS – Individual Placement and Support rappresenta una metodologia innovativa per l’accesso al lavoro competitivo delle persone con disturbi mentali gravi. A differenza degli approcci tradizionali, l’IPS promuove la ricerca diretta di un’occupazione nel mercato del lavoro ordinario, attraverso una valutazione concreta delle abilità, un affiancamento individuale e un sostegno continuo, senza sostituirsi alla persona ma accompagnandola passo dopo passo verso gli obiettivi concordati.
Un altro elemento chiave è la Mappatura dinamica delle risorse, una strategia di lavoro partecipato che coinvolge utenti, familiari e operatori nell’individuazione e nell’attivazione delle opportunità presenti sul territorio: spazi di volontariato, luoghi di socialità, attività culturali, tirocini e percorsi di inclusione al di fuori dei servizi. Attraverso incontri, colloqui e interviste, la mappatura diventa uno strumento vivo, capace di riattivare interessi, relazioni e aspirazioni. Il suo principio fondante è l’attivazione della persona, insieme al recupero di un rapporto diretto tra servizi e comunità.
In questa stessa direzione si colloca il Social prescribing (la prescrizione sociale), che riconosce il valore delle attività sociali come determinanti fondamentali del benessere. Medici di medicina generale, psichiatri e assistenti sociali possono “prescrivere” attività presenti sul territorio – culturali, ricreative, associative – accanto ai trattamenti clinici. Un ruolo centrale è svolto dal Link Worker, figura di raccordo tra servizi sociosanitari e comunità, che accompagna le persone nell’accesso alle opportunità territoriali, riducendo barriere e isolamento e favorendo percorsi di salute mentale più accessibili e integrati.
Sempre più centrale è anche l’approccio della Recovery, che nel territorio bolognese trova una concreta espressione nei Recovery College e nei Recovery Co-lab. I Recovery College propongono un’idea radicalmente nuova: “Essere studenti del proprio benessere”. Sono spazi formativi coprodotti da utenti, operatori e comunità, in cui il sapere esperienziale e quello professionale si incontrano. Qui non esistono pazienti, ma studenti e facilitatori, impegnati in percorsi di crescita personale e collettiva.
I Recovery Co-lab rappresentano un’evoluzione ulteriore: luoghi fisici, supportati da piattaforme digitali, collocati sul territorio e fuori dai contesti istituzionali della cura. Nei Co-lab si realizzano laboratori territoriali per sperimentare percorsi di cura, iniziative e servizi innovativi, coprodotti da utenti, familiari, operatori e cittadini. Questi spazi facilitano il dialogo tra servizi sanitari, servizi sociali e comunità, aumentando la capacità delle persone di conoscere e attivare le risorse del territorio e di immaginare nuove forme di partecipazione, socialità e inclusione.
Un ruolo fondamentale è svolto anche dal Supporto tra Pari, un’azione strutturata che vede protagoniste persone che hanno vissuto direttamente l’esperienza del disagio psichico. Gli Esperti in Supporto tra Pari mettono a disposizione il proprio sapere esperienziale per affiancare altre persone in difficoltà, accompagnandole nei servizi e nei percorsi di recovery. Questo approccio rafforza l’empowerment, riduce le distanze e restituisce valore all’esperienza vissuta come risorsa.
Infine, strumenti come la Mental Health Recovery Star consentono di valutare, negoziare e monitorare i percorsi individualizzati attraverso il coinvolgimento diretto degli utenti. Basata su un modello di cambiamento articolato in cinque stadi, la Recovery Star favorisce la partecipazione attiva delle persone, rende visibili gli esiti dei percorsi e orienta le pratiche dei servizi verso una reale coproduzione dei progetti di vita.
Nel loro insieme, questi strumenti raccontano un sistema che sta cambiando profondamente. Un sistema che riconosce che la salute mentale non si costruisce solo nei servizi, ma nelle relazioni, nei contesti di vita, nelle comunità. Il territorio bolognese sta sperimentando un modello sempre più orientato alla centralità della persona, alla valorizzazione delle reti formali e informali e alla capacità di integrare competenze diverse. Una trasformazione che non riguarda solo nuovi strumenti, ma un nuovo modo di intendere la cura: come processo condiviso, aperto e profondamente umano.
Il cambiamento in atto nel panorama della salute mentale bolognese trova nella Recovery non solo un insieme di pratiche, ma un vero e proprio orizzonte culturale. La Recovery non coincide con la scomparsa del disturbo, ma con la possibilità per ogni persona di costruire una vita significativa, autodeterminata e riconosciuta, anche in presenza della sofferenza. È un approccio che sposta lo sguardo dalla patologia alle risorse, dalle limitazioni alle potenzialità, restituendo alle persone un ruolo attivo nella definizione dei propri percorsi.
Gli strumenti che si stanno sviluppando sul territorio – dal Budget di Salute all’IPS, dalla Mappatura Dinamica al Social Prescribing, dai Recovery College ai Recovery Co-lab, fino al supporto tra pari e agli strumenti di valutazione orientati agli esiti – trovano coerenza proprio nella prospettiva della Recovery. Tutti concorrono a costruire progetti di vita, non semplici percorsi assistenziali, rafforzando le connessioni tra servizi, comunità e territori e promuovendo processi di coproduzione tra utenti, operatori, familiari e cittadini.
In questa visione, la cura esce dai luoghi istituzionali e si ricolloca nei contesti di vita, riconoscendo il valore delle relazioni, del lavoro, dell’abitare e della partecipazione sociale come elementi fondamentali del benessere. La Recovery diventa così una responsabilità condivisa, che chiama i servizi a essere flessibili e capaci di cambiare, le comunità a essere accoglienti e inclusive, e le persone a essere protagoniste attive del proprio percorso.
Il territorio bolognese sta sperimentando un modello che guarda al futuro della salute mentale come a un processo dinamico, aperto e generativo, in cui l’innovazione non è solo tecnica ma profondamente umana. Mettere la Recovery al centro significa affermare che la salute mentale non riguarda solo chi soffre, ma l’intera comunità, e che investire in percorsi di Recovery significa investire in coesione sociale, cittadinanza e qualità della vita per tutti.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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