di Maria Berri
Il romanzo di Alcide Pierantozzi "Lo sbilico" (neologismo derivato dal latino che indica mancanza di stabilità tra la parte razionale e la parte emotiva) è uscito nel maggio 2025 a cura della casa editrice Einaudi. Il racconto che l'autore fa della sua malattia mentale è scritto in presa diretta e in prima persona, quasi come un diario di bordo e descrive una verità molto spesso alterata dai farmaci e dai suoi scompensi emotivi. In sintesi l'autore racconta la storia della sua sopravvivenza nella “melma” di giorni fatti di "continui episodi di dissociazione, allucinazioni, autolesionismo, corse al pronto soccorso, minacce e tentativi di suicidio".

Il libro presenta vari flashback ed è caratterizzato dal continuo passaggio tra presente e passato. La vicenda trova origine in un racconto pubblicato nel 2024 sulla rivista "Lucy. Sulla cultura" e intitolato "Fare palestra per non impazzire", ove emerge l’importanza dell’esercizio fisico poiché allenarsi può rappresentare un argine alla malattia. In effetti, le foto di Pierantozzi ci restituiscono l'immagine della figura atletica e curata di un uomo di 40 anni. D'altro canto, anche a suo dire, ha un eloquio fluido e si potrebbe candidare per un casting. Ma è con il romanzo "Lo sbilico" che Pierantozzi affonda interamente nella quotidianità del disturbo psichiatrico con spettro autistico. Affetto da manie, fobie, allucinazioni, lo scrittore è costretto a una medicalizzazione e a una dipendenza farmacologica che, se da un lato gli consente di sopravvivere, allo stesso tempo è responsabile di molti effetti collaterali, come la difficoltà a concentrarsi, a scrivere, nonché a vivere da solo e ad avere una regolare attività sessuale.
Al centro della narrazione c’è la sua vicenda. In seguito all'aggravarsi della sua malattia, è costretto a lasciare Milano per tornare nella casa dei genitori nella frazione di San Giovanni di Colonnella, in Abruzzo, dove il solo rifugio e sostegno è la madre malata di cancro, mentre il padre, il Negazionista come lui stesso lo definisce, si rifiuta di capire o di accettare la gravità della condizione del figlio. La storia è divisa tra la sua attività di scrittore, qualche mattinata al lido e le ore di allenamento intensivo in palestra. "Dal 2020 mi alleno fino a tre ore al giorno, sei giorni su sette, e ho cambiato del tutto fisionomia", scrive. La madre è senz’altro il personaggio più importante nella vita di Pierantozzi, e da lei ha inizio il racconto: "A quarant’anni dormo ancora con mia madre". È l’unico personaggio capace di rassicurare il protagonista nella malattia, addirittura di “duellare” con essa. Ma è una madre che si ammala di cancro proprio quando i suoi disturbi psichiatrici stanno raggiungendo l’apice, provocando così una ferita ancora più grande e più difficilmente curabile.
Un dolore insanabile che fa riemergere quello vissuto da piccolo, quando, neonato, muore il secondo dei suoi fratelli a causa di malformazioni. Un trauma per la madre che si ripercuote su Alcide bambino, influenzandone la malattia. La donna, infatti, andava al cimitero portandolo con sé, e la montata lattea diventava incontenibile appena lei vedeva la foto del bambino sulla tomba: "Ogni giorno per un mese, per due mesi, per tre mesi, il latte destinato a mio fratello si riversava per terra insieme alle urla di mamma, e ogni goccia bianca lasciata a marinare sul cemento veniva assalita dagli insetti", racconta Pierantozzi.
Le parole sono una sorta di ossessione per l’autore, perché costituiscono l’unico ponte reale tra lettore e narratore, soprattutto quando il narratore, in un libro come questo, è poco attendibile a causa della patologia. Le parole non sono scelte per un gusto letterario e non sono evocate in preda all’ispirazione, nascono come esigenza personale capace di fare da perno per istituire e trasmettere un senso alla sua scrittura. Non siamo, pertanto, di fronte a un romanzo manierista che insegue il culto dell’artificiosità del linguaggio fine a se stesso; ogni ricerca stilistica e linguistica è la premessa per una narrazione immediata, per una verità che, sebbene alterata dai farmaci, urge di essere raccontata.
Accompagnandoci nella dimensione intima della malattia mentale, il libro, secondo l'autore, ci guida anche nel mondo che sta intorno al disagio psichiatrico, restituendoci una società, e anche un sistema sanitario, che continua ad avere molti problemi rispetto alla gestione della salute mentale. Il ritorno alla vita di provincia acuisce questa sensazione: riduce la socialità, aumenta le dispercezioni sensoriali e rende impossibile essere autonomi persino negli spostamenti. "Qui la malattia mentale non è capita a differenza che a Milano", scrive l'autore. Una realtà dove "la maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e quella intellettiva".
Questo è il messaggio molto importante del libro e in questo risiede anche uno dei meriti principali, emblematicamente racchiuso nell’epigrafe iniziale scelta da Pierantozzi: "La parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi" (Todd Phillips, Joker). Insomma, il romanzo va oltre l’autobiografismo di una malattia psichica e la cura per il linguaggio e per le parole, rivelandosi un libro che riesce a mettere in discussione molte categorie o pregiudizi, e assumendo, in qualche modo, anche una dimensione politica.
Non siamo, dunque, di fronte a un libro che intende dare delle risposte, non è, questo, un romanzo di salvezza con intento consolatorio, e il protagonista continua fino alla fine ad aspettare "i corvi, e invece arrivavano i pensieri" . Probabilmente la scrittura di questo libro non fa risorgere l’autore, come invece scrive Walter Siti recensendo il romanzo. Del resto lo stesso Pierantozzi dice che "la scrittura, per me, non è un progetto di salvezza. Tutt’altro. Io un progetto di salvezza non ce l’ho" . Ma ciò non gli impedisce di compiere un atto di liberazione dalla vergogna della malattia mentale e dal disagio che il disturbo psichiatrico si porta dietro.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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