di Federico Mascagni
“Il nostro essere educatori ci porta a contatto quotidianamente con le persone che abbiamo in cura, con le loro storie di vita”. Inizia con questa affermazione di Claudia Zucchi, educatrice professionale dell'Ausl di Bologna, il racconto di un progetto che dal 2021 attraversa i Dipartimenti di Salute Mentale e i Serdp bolognesi. Si tratta dei laboratori di scrittura autobiografica a cura di Ornella Mastrobuoni della Libera Università di Anghiari, un processo dove “la propria biografia diventa descrivibile in modo narrativo”, contribuendo a formare un’identità e a rafforzare l’appartenenza a un gruppo.

Una metodologia dell'istinto e della trasformazione
Il percorso è nato da una sperimentazione diretta sugli operatori, necessaria per comprendere la “capacità trasformativa alla portata di tutti” di questa pratica. Claudia Zucchi spiega come la metodologia non richieda abilità pregresse: “È una scrittura che ti deve portare a entrare in contatto con qualcosa che è vivo nella tua esperienza e di buttarlo fuori così com'è”.
Attraverso tempi di scrittura estremamente veloci, si punta a provocare una “comunicazione immediata di quello che stai elaborando”, evitando che il filtro della forma freni l’urgenza del contenuto. Il risultato, secondo l'educatrice dell'Ausl, è un’operazione di elaborazione profonda: “Riscrivendolo è come se tu lo rimettessi al mondo in una forma diversa; ti consente di riguardare alla tua storia passata con degli occhi che sono gli occhi di oggi”.
Oltre il presidio clinico: il territorio e lo stigma
L'evoluzione dei laboratori ha segnato il passaggio dal contesto protetto alla dimensione pubblica. Dai primi incontri alla Casa di Tina, si è arrivati alle proposte del Recovery College e ai Reading tenutisi a Villa Mazzacorati nel 2025. Claudia Zucchi sottolinea la valenza politica di questa apertura: “Il Serdp ha sempre cercato di mantenere i laboratori un po' più riservati per via dello stigma, ma li abbiamo comunque organizzati anche in luoghi pubblici come biblioteche o centri sociali”. L'obiettivo è abitare “luoghi non connotati” clinicamente, dove il racconto individuale possa farsi memoria collettiva. In questo contesto, il ruolo dei facilitatori Esp (Esperti per Esperienza) e degli operatori si fonde nella costruzione di un clima che Claudia Zucchi definisce unico: “Una dimensione intima che crea vicinanza tra le persone, cosa che difficilmente avviene se non in percorsi molto specifici”.
La scrittura come strumento di Recovery
Nella riflessione di Claudia Zucchi, emerge la distinzione netta tra questa pratica e i tradizionali gruppi di supporto. Mentre questi ultimi sono spesso focalizzati su un problema specifico, i gruppi di scrittura sono «uniti semplicemente dalla voglia di scrivere», diventando uno spazio di crescita trasversale.
“Le persone sono sempre dispiaciute quando finiscono gli incontri — conclude — perché si è creata quell'accettazione della propria storia, nel bene e nel male, che dà benessere”. La forza del progetto risiede proprio in questo potere normalizzante: la scrittura autobiografica si rivela “uno degli strumenti più efficaci per produrre Recovery anche nel rapporto con la propria malattia”, poiché permette di scoprire che “il vissuto trasformato appartiene alla vita di tutti: il dolore, il disagio, diventano finalmente accettabili”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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