di Chandra Signorile
Nell’ambito della Giornata mondiale della salute mentale 2025 si è tenuto il tavolo di confronto “Il supporto alle donne sopravvissute a violenza di genere che utilizzano sostanze. Prospettive per percorsi di presa in carico integrata”.
"Lady of desert" di Eleonora Lozupone
La discussione prevedeva la partecipazione di DSM-DP dell’Ausl di Bologna, Asp Città di Bologna, Associazione MondoDonna, Consorzio L’Arcolaio. Le referenti delle singole realtà hanno presentato brevemente l’assetto attuale in tema di integrazione socio sanitaria e sono stati illustrati in sintesi i servizi dedicati alla grave marginalità adulta.
Consuelo Bianchelli, referente di Asp Città di Bologna, ha raccontato come già dal 2021 fossero stati avviati gli sforzi per sviluppare strumenti di supporto alle donne vittime di violenza in condizioni di prossimità (donne che vivono per strada). Nel luglio 2024 si è assistito a un ulteriore passo avanti nella collaborazione tra servizi, grazie al lavoro congiunto con il servizio ChiamaChiAma dell’Associazione MondoDonna. Proprio da questa realtà proviene Chiara Rosa, coordinatrice dell’area trasversale del programma antiviolenza.
In questo contesto ci si è interrogati su come si possano rendere più accessibili i servizi già esistenti e si è ragionato sull’importanza di utilizzare un approccio intersezionale. Questo concetto nasce dal bisogno di tenere in considerazione la molteplicità e simultaneità dei sistemi di oppressione e permette di coprogettare tra vari enti e servizi degli interventi, appunto, integrati e che facciano luce su tutti gli aspetti che causano disagio alla persona beneficiaria dell’intervento stesso.
In rappresentanza del Consorzio Arcolaio è intervenuta Francesca Cialla della cooperativa Società Dolce che ha evidenziato la necessità di creare strutture esclusivamente femminili dedicate all’utenza della bassa soglia. All’incontro erano presenti una quindicina di persone, con una massiccia presenza di studenti magistrali dell’Unibo; alcuni referenti di cooperative e associazioni e anche alcuni cittadini interessati a ricevere aggiornamenti e a cercare di offrire il proprio contributo.
È emersa con forza la necessità di strutturare interventi specifici per le donne che hanno subito violenza e che vivono in strada, facendo uso di sostanze. Si rende sempre più evidente come il doppio mandato di controllo e riabilitazione debba essere preso in considerazione nella sua interezza. È chiaro che questo, a differenza di altri, è un disagio visibile e che in quanto tale desta maggior preoccupazione per il decoro cittadino. Nonostante ciò alcuni cittadini sottolineavano il dispiacere e la frustrazione nell’assistere a una militarizzazione della città che, purtroppo, svolge esclusivamente funzione di controllo. Anzi è stato evidenziato come la forte presenza delle forze dell’ordine sia spesso controproducente per gli enti che provano a intercettare le persone che vivono in condizioni di prossimità. Questo genera una difficoltà ad agire sulle cause del disagio e ad aiutare le persone che ne soffrono.
Va considerato che spesso sono persone che attuano comportamenti illegali, che però sono solo sintomo del disagio e andrebbero affrontati in quanto tali. Il primo passo, ci spiegano i servizi competenti, è l’aggancio e in assenza di quello non è possibile procedere. In linea di massima l’approccio della riduzione del danno appare essere quello più funzionale a questa prima fase propedeutica al resto del percorso di recovery. Lo sostiene anche la Società italiana tossicodipendenze, che dà risalto alle esperienze bolognesi, in particolare quella della distribuzione di pipe da crack, come parte integrante delle strategie sanitarie e sociali per la riduzione del danno. Tale esperienza viene analizzata nella ricerca coordinata da Raimondo Maria Pavarin, direttore dell'Osservatorio epidemiologico metropolitano sulle dipendenze patologiche di Bologna e il Centro di documentazione sulle droghe dell'Ausl di Bologna, pubblicata su “Substance Use & Misuse” nel 2025, dalla quale si evincono risultati significativi: miglioramento dei comportamenti a rischio, maggiore attenzione alla salute e costruzione di una relazione di fiducia tra consumatori e operatori.
Ampliando lo sguardo a uno scenario più ampio, a settembre 2025 è stato diffuso un comunicato sull'invio da parte di circa 180 Ong internazionali di una lettera all’Organizzazione mondiale della sanità per chiedere di garantire continuità e risorse al proprio impegno sulla riduzione del danno, evitando che tagli ai finanziamenti e pressioni geopolitiche ne indeboliscano la capacità di guida.
Per approfondire il tema del tavolo e stimolare un confronto diretto tra i partecipanti, è stato proposto l’utilizzo dell’empathy map. I presenti si sono divisi in tre microgruppi, invitati a riflettere su tre dimensioni sogni, bisogni e contesto, riferite a una donna vittima di violenza di genere, in condizione di prossimità e con uso di sostanze, nell’ottica della recovery. Nella restituzione di quanto emerso nei gruppi è stato evidenziato come sarebbe importante creare uno spazio sicuro ed esclusivo in cui le donne, che vogliono iniziare un percorso di recovery, possano trovare rifugio, sollievo e orientamento rispetto ai servizi esistenti.
Si è parlato molto della possibilità di aggancio tramite attività di cura del sé, intesa non solo nelle sue azioni più basilari, ma anche su quelle cose apparentemente meno utili ma pregne di significato. Per tante persone, donne comprese, avere la possibilità di esprimere se stesse tramite il vestiario o un taglio di capelli è terapeutico in quanto permette, seppur in minima parte, di presentarsi al mondo come si preferisce e di avere controllo almeno su una piccola parte di sé. Fondamentale è restituire voce e dignità alle donne, anche in questo ambito, in uno sforzo di superamento dello stigma che comporta la vita di una consumatrice attiva in condizione di prossimità.
Tutti i partecipanti concordavano sulla necessità di un maggior coinvolgimento dell’utenza e della cittadinanza nell’individuazione delle attività di recovery. Si è ragionato sulla possibilità di parlare con donne che hanno avuto un buon processo di recovery per far emergere direttamente da loro quali siano buone prassi, magari fino a ora sottovalutate, o se all’interno del loro percorso hanno potuto notare delle carenze dei servizi che le hanno seguite. Non si esclude l’idea di avvicinare anche queste persone a dei percorsi simili a quelli della figura dell’esp (esperto per esperienza) nella salute mentale.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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