di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni
Le voci dei genitori degli utenti della salute mentale si affliggono quando parlano delle difficoltà dei loro figli nel trovare un lavoro. Gli uffici regionali per il collocamento mirato preposti alla ricerca del lavoro lasciano in coda i malati psichiatrici rispetto a persone che hanno disabilità fisica. I tentativi di alcune associazioni di ovviare a questa mancanza sono importanti, ma possono rivolgersi solo a un numero ridotto di beneficiari. Per questo le speranze residue sono rivolte all’Ips (Individual placement and support), che sembra essere l'unico canale alternativo alle borse di inclusione, ridotte a pochi spiccioli mensili.

“Partiamo dal presupposto che l'Ips è l'intervento psicosociale di gran lunga più efficace nell'ambito della cosiddetta riabilitazione psichiatrica e che 40 studi clinici randomizzati dimostrano che in varie parti del mondo, inclusa l'Europa e l'Italia, ha un'efficacia che si colloca a seconda dei periodi e a seconda delle nazioni tra il 40 e il 60% di successo”. A parlare è Angelo Fioritti, psichiatra e presidente dell’Associazione Ipsilon Aps. “È una metodologia a tal punto efficace da essere diventata politica ufficiale in numerose nazioni, tra cui l'Olanda, la Svezia, la Danimarca, l'Inghilterra, l’Islanda e la Norvegia, tutti Paesi in cui è obbligatorio per i servizi di salute mentale dotarsi di un servizio Ips”.
Nell'azienda sanitaria di Bologna ci sono 11 centri di salute mentale e 16 operatori dedicati all'Ips. Il loro compito non è trovare il lavoro, ma aiutare la persona con un disturbo mentale a preparare un curriculum, fare simulazioni dei colloqui di lavoro, accompagnare al colloquio di lavoro per sostenere le eventuali ansie che la persona può avere, dare delle indicazioni su quali sono le offerte di lavoro disponibili sul territorio e che possono avere maggior interesse per la persona in questione. L'Ips valorizza in massimo grado la motivazione, le scelte e le capacità individuali. “Le persone con disturbi mentali, e parliamo di persone con diagnosi di schizofrenia o disturbi bipolari, rimangono esclusi dal mercato del lavoro non per disabilità collegata alla malattia ma per sfiducia in sé stessi o per autostigma: cioè hanno avuto una brusca interruzione della loro parabola esistenziale e sono rimaste ferme mesi o anni per motivi di malattia, dopo uno scompenso, e hanno introiettato l'idea di non riuscire più a farcela. Sono le difficoltà che hanno anche gli esodati nel ripartire, nel rimettersi in gioco”.
L'altro fattore invece è l'etero-stigma, cioè lo stigma del datore di lavoro, e l’Ips sostiene che anche i meccanismi di protezione costruiti nei decenni per aiutare gli utenti della salute mentale possono costituire un ostacolo all'ingresso nel mercato del lavoro, perché connotano direttamente la persona. Meccanismi che possono innescarsi nelle famiglie iperprotettive o negli psichiatri troppo cauti. “L'Ips è un metodo di supporto individuale: si chiama supporto individuale all'impiego, ha questa caratteristica di non effettuare nessuna valutazione preliminare, cioè non c'è una valutazione di idoneità o di occupabilità da parte dello specialista Ips, ma ogni persona ha diritto a iniziare il percorso. Poi si basa sulla ricerca del lavoro in tempi rapidi. Quattro quinti delle persone trova lavoro nei primi quattro mesi. Poi il supporto non termina nel momento in cui il lavoro viene raggiunto, ma continua fino a che l'utente, che nel vocabolario Ips si chiama cliente per sottolineare le sue capacità contrattuali, lo ritiene opportuno o necessario. Molto spesso questo si rivela utile perché l’utente-cliente può per esempio dopo quattro, cinque o sei mesi ritenere che il lavoro che ha trovato non lo soddisfa e a quel punto verrà sostenuto a cercarne un secondo o magari un terzo, così come fanno tutti i cittadini. Oggi la mobilità nel mondo del lavoro è la regola, quasi nessuno trova il lavoro per se stesso al primo colpo e quasi tutte le carriere lavorative sono fatte di tre, quattro o cinque tentativi successivi”.
E poi c’è l’aspetto dei costi del progetto sui conti del Welfare. “L'Ips sostiene un professionista ogni 25 utenti; si calcola che ogni intervento di Ips che si conclude positivamente costi circa un decimo di un inserimento lavorativo ottenuto tramite i tirocini. Per esempio nella realtà di Bologna, all'epoca in cui ero direttore del Dipartimento di Salute Mentale, abbiamo avviato senza budget aggiuntivi l'attività Ips riconvertendo i costi di alcuni tirocini. Su circa mille persone che un tempo erano in tirocinio ora ce ne sono 500 in tirocinio e 500 in Ips, di cui circa 250-280 sono contrattualizzate e remunerate”.
Il supporto Ips è integrato nel trattamento, cioè lo specialista Ips fa parte dell’equipe del centro di salute mentale e quindi può confrontarsi quotidianamente con gli altri operatori. “Si tratta di una psicoterapia in situazione, perché nel fare questa ricerca la persona si confronta con la propria storia, con le proprie competenze, con le proprie aspirazioni, e c'è un percorso in cui non è l'operatore che proietta le sue aspettative sul cliente, ma è il cliente che aggiusta il tiro”.
Torniamo all’inizio: riguardo le famiglie afflitte dalle difficoltà lavorative dei propri figli cosa si sente di dire? "Il messaggio che darei alle famiglie è che un ragazzo tra i 20 e i 30 anni è importante che si rimetta in gioco con il supporto adeguato, quindi non temete che la ricerca di un lavoro vero sia stressante, perché la cosa veramente stressante è l'attesa infinita che qualcuno ti trovi il lavoro. Invece un supporto adeguato fatto con queste modalità affettuose, con queste modalità professionali, è qualcosa di estremamente efficace, quindi alle famiglie direi: vincete il vostro scetticismo e lasciate che la persona faccia la sua strada, non cercate subito una soluzione tampone attraverso i tirocini, lasciate che le persone si mettano alla prova ed eventualmente in un secondo tempo, se lo chiedono loro, si avviino a situazioni protette. Le probabilità di successo calano se parliamo di persone sui 50 anni che magari non lavorano da 20 anni, ma ricordiamoci che i fattori che sono predittivi di successo sono l'aver lavorato in passato, avere un'istruzione, avere delle competenze personali. Ma il fattore di successo principale è la motivazione individuale”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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