di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni
Il Centro di salute mentale collocato presso il Poliambulatorio Mazzacorati in via Toscana è il servizio di riferimento per in quartieri Savena e Santo Stefano. Un territorio dove la popolazione maggiorenne raggiunge i 95mila abitanti, che salgono a oltre i 100mila comprendendo tutti coloro che hanno qui il proprio domicilio. Si tratta di un vasto territorio in cui coesistono, sul piano sociale e di censo, situazioni molto diverse fra loro. A dirigere il Csm Mazzacorati è Caterina Bruschi, psichiatra e psicoterapeuta.

“Ho cominciato la mia attività di psichiatra, subito dopo la specializzazione, in una casa di cura privata fuori Bologna, e durante questa esperienza ho maturato il desiderio di lavorare nel servizio pubblico”. La dottoressa Bruschi vince una borsa di studio sull’analisi dei centri di salute mentale in un periodo in cui ancora non era strutturato il servizio informatico territoriale; si occupa poi del rapporto fra psichiatria e medicina generale nell’ambito del “Progetto regionale Leggieri” e successivamente del rapporto fra il Dipartimento di salute mentale e le Case di cura accreditate, poi prosegue l’esperienza professionale in ospedale (al Servizio psichiatrico di diagnosi e cura del Malpighi) e sul territorio (Casalecchio di Reno, Vergato, San Giovanni in Persiceto, Navile), focalizzandosi in particolare sui percorsi delle persone al primo episodio psicotico con un incarico di alta specializzazione in quest’ambito. Da febbraio 2019 è responsabile del Csm Savena Santo Stefano. “Si tratta di un territorio molto attivo sul piano sociale e molto vivace dal punto di vista culturale con ampi margini di collaborazione, disponibilità e possibilità di lavoro finalizzato a una reale inclusione sociale”, dice.
E l’inclusione nella salute mentale conta molto.
La cura in salute mentale non può limitarsi al rapporto individuale con lo specialista, soprattutto quando le persone sono portatrici di bisogni complessi e articolati che riguardano gli ambiti dell’abitare, della socialità, del lavoro.
Come state affrontando questa complessità?
Le interfacce sono tante; stiamo lavorando per costruire e mantenere una fitta rete funzionale di relazioni con tutti i servizi sanitari di prossimità in quanto non è previsto il trasferimento del nostro servizio presso la Casa di Comunità di Savena. La collaborazione con i Servizi Sociali di riferimento è strutturata da tempo, non solo attraverso le Eti (Équipe territoriali integrate) ma con un continuo scambio sull’operatività quotidiana. Abbiamo formalizzato il rapporto con i Nuclei di Cure Primarie con incontri da remoto a cadenza mensile che, dal gennaio 2025, si trasformeranno in esperienze di scambio in piccoli gruppi di operatori del Csm e Medici di medicina generale.
Cosa ci può dire della popolazione che si riferisce al vostro servizio?
Soprattutto nel territorio del quartiere Santo Stefano accogliamo persone (molti giovani) che hanno già in essere percorsi di psicoterapia in ambito privato, con cui si avviano collaborazioni per l’integrazione del progetto personalizzato. Ma ci sono anche, in entrambi i quartieri, molte persone anziane che vivono da sole.
E le emergenze quali sono?
Nel quartiere Savena ci sono più aree con quote elevate di deprivazione sociale. Abbiamo sempre più persone che non hanno reddito o hanno un reddito molto basso. Con 1500 euro al mese a Bologna si fa fatica a vivere perché c’è il problema del caro affitti, e chi ha una famiglia a carico non ce la fa. Spesso le persone con patologie gravi abitano in case molto grandi insieme a genitori anziani. Quando questi scompaiono devono trovare un altro tipo di sistemazione ma non è inusuale che, prima che si arrivi alla nomina di un amministratore di sostegno, finiscano le loro risorse economiche. Un altro tema è quello del lavoro, con contratti sempre più precari, posizioni molto flessibili, difficoltà una volta perso un lavoro a trovarne un altro. Abbiamo due operatori Ips (Individual placement and support) per il supporto nella ricerca del lavoro, ma non è semplice. Ci sono situazioni di persone con una patologia maggiore che perdono il lavoro e non riescono a ritrovarlo; i tirocini formativi sono di tipo riabilitativo e non sostitutivi di un reddito adeguato, e allora si arriva a vendere la casa, per chi è proprietario, e dopo qualche tempo ci si ritrova senza alcuna risorsa. Poi ci sono le persone che perdono la residenza e non hanno più diritto all’assistenza sanitaria. Queste sono situazioni che ci mettono in difficoltà perché lavoriamo per la capacità di autodeterminazione delle persone e non per collocarle in strutture a elevato rischio di istituzionalizzazione.
Ci può raccontare le novità più recenti a livello progettuale?
La sfida più interessante per cambiare l’organizzazione del servizio è nata nell’ambito del percorso “Accreditation Canada”, un progetto aziendale di accreditamento internazionale che individua l’eccellenza non solo nel corretto funzionamento dei servizi, ma soprattutto nel coinvolgimento e nella collaborazione attiva di utenti, familiari e cittadini, servizi sociali, che ci ha portato a costituire gruppi misti per la realizzazione dei progetti di miglioramento, e che attualmente prosegue con le attività promosse da Fabio Lucchi, direttore del Dsm, attraverso la costituzione del “Recovery College”.
Come funziona presso di voi il Recovery College?
Presso il Csm Savena Santo Stefano è attivo un “Punto Recovery” dove a cadenza settimanale sono presenti un esperto per esperienza e un esperto per professione che forniscono informazioni a chiunque sia interessato alle attività del Recovery College. Nell’ambito di questo progetto esiste un gruppo misto di coprogettazione e sono stati attivati, e sono in fase di svolgimento, diversi corsi. La principale ricaduta è un clima relazionale differente e una ricchezza che nasce dal confronto autentico e paritario fra tutti i partecipanti in cui ciascuno è portatore di un sapere e ha un ruolo specifico.
E a livello terapeutico?
Abbiamo attivato percorsi terapeutici e psicoeducativi di gruppo, per utenti e familiari; percorsi per giovanissimi che arrivano al Csm dalla Npia (i servizi di Neuropsichiatria dell'infazia e dell'adolesenza), facilitati dal lavoro di una psicologa specificamente dedicata alla transizione, ma le attuali risorse non ci consentono di realizzarli a cadenza regolare a causa della carenza di risorse.
Parliamo delle carenze e delle difficoltà.
I riferimenti legislativi sono ancora quelli del Progetto Obiettivo “Tutela Salute Mentale 1998-2000”, e gli standard di riferimento sono di 1 operatore ogni 1500 abitanti. Per il territorio di cui sono responsabile dovremmo avere circa 66 operatori; ne abbiamo invece esattamente la metà. Rischiamo di dover circoscrivere il nostro intervento riducendolo al trattamento farmacologico, alla risposta alle situazioni che richiedono interventi urgenti e alle segnalazioni di generici problemi comportamentali, spesso svincolate da problemi psichiatrici, anteponendo di fatto le richieste di controllo sociale alla cura e alla recovery. Questa condizione è frustrante sia per gli operatori che lavorano da più tempo, che non possono esprimere al meglio le loro competenze, che per i colleghi più giovani che possono essere attratti dal privato o da esperienze all’estero. Per questo ritengo estremamente importante continuare a promuovere, nonostante le oggettive difficoltà, cambiamenti organizzativi che favoriscano la diffusione di servizi sempre più aperti alla comunità, in cui sia possibile la presenza stabile e continuativa di esperti per esperienza, e di facilitatori sociali che consentano anche alla folta platea di persone, clinicamente stabili ma sole o ritirate, che non hanno richieste ma con importanti problemi sociali e sanitari, di accedere alle risorse del territorio.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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