di Federico Mascagni, redattore di Sogni&Bisogni
Un quartiere complesso con tanto disagio sociale, tanta immigrazione, con un livello medio di scolarità ed entrate più basso, rispetto ai cittadini delle altre zone di Bologna. Così descrive il Navile. Francesca Guzzetta, responsabile del Centro di salute mentale presso la Casa della Comunità.

Psichiatra, Guzzetta inizia la carriera a Faenza e Cesena dal 2007 al 2010. È a Budrio dal 2010 al 2017, poi nel CSM Saragozza e infine diventa responsabile del CSM Navile dal 2021 facente funzione e nel 2023 a pieno titolo.
Dottoressa Guzzetta, quali sono le differenze fra il contesto di un quartiere di una città e quello di un paese della provincia?
Nella città c’è più disagio sociale, tanta pressione dalle forze dell’ordine, dai servizi sociali che ci segnalano i casi. A Bologna c’è il tema dei senza dimora e ricade nei Csm e per la psichiatria sono pazienti che presentano condizioni di maggiore complessità per la presa in carico. C’è il problema nelle abitazioni; la mancanza di soldi, delle bollette da pagare, uno sfratto esecutivo, sono fattori di stress psicologico, soprattutto per chi ha già una patologia psichiatrica. Per il 2023 abbiamo constatato un aumento del 30% dei nuovi ingressi, con 1.386 casi in cura e 385 nuovi casi, con un totale di 18.250 prestazioni erogate. Sono numeri che corrispondono più o meno alla media degli altri quartieri ma sono più alti rispetto ai centri più piccoli.
Quali sono le risposte che mettete in campo?
Stiamo cercando di lavorare con i familiari, gli utenti, le associazioni del territorio. Dalle riunioni coi familiari e gli utenti, abbiamo iniziato un progetto per le persone con ritiro sociale, che vengono solo per le cure e poi si rinchiudono in casa. Cerchiamo di allargare le collaborazioni per individuarli meglio e cercare di avvicinarli. È un modo di coprogettare e coprodurre insieme ai familiari e agli utenti, che ci aiuta ad affrontare meglio il problema e trovare risorse d’aiuto fuori dal Csm. Per ora abbiamo un elenco di 30-35 persone con problematiche di ritiro e che riguardano persone con caratteristiche diagnostiche diverse, dall’autismo ai disturbi della personalità e altre patologie. Oltre a noi c’è il servizio sociale del Comune che di volta in volta presenta il caso al gruppo di lavoro. Grazie alle visioni diverse degli utenti, del servizio sociale e dei familiari si discute dei casi con valutazioni a volte originali e si mettono in atto delle strategie personalizzate. Tentiamo di approcciare prima la famiglia del paziente. Agire subito, per dare soluzione immediata al problema è impossibile, perché sarebbe invadente e controproducente.
Altri progetti?
Abbiamo lavorato attivamente per la costruzione dei Recovery College insieme ai CSM Saragozza e Borgo-Reno, ed è un’esperienza che ci dà spinte nuove. Abbiamo costituito un punto d’ascolto dentro il CSM con due pari per aprire a esperienze di vita vissuta e di confronto con altri pazienti, per ora sospeso in attesa di ravviarlo. Purtroppo non abbiamo la cultura del mutuo aiuto, ma chi ha seguito l’invito a confrontarsi con lo sportello ha tratto un beneficio.
Spero nel futuro di poter costruire collaborazioni sempre più numerose e forti con il territorio. La salute mentale si fa nel territorio, nella comunità, non solo nei Csm. Bisogna collaborare con le associazioni, le palestre, le case di quartiere, affinché le persone si aprano maggiormente come comunità ai pazienti. Al Sacro Cuore per esempio esiste un gruppo di ex giocatori professionisti che ha invitato i pazienti a giocare insieme a loro. Se qualcosa non va nei pazienti ce lo segnalano ma ciò che più conta è che hanno un contatto diretto fra di loro, che aiuta ad accogliere e sostenere. Più si sta nella comunità e meglio è. Mi piacerebbe provare a fare più gruppi per la condivisione di una problematica, non limitarsi soltanto alle visite individuali. Penso in particolare a un gruppo di psicoeducazione di pazienti con disturbo bipolare per evitare le ricadute attraverso la conoscenza e la condivisione di strategie. Ci stiamo lavorando.
Di cosa avrebbe bisogno il Quartiere Navile?
Avrebbe bisogno di più risorse economiche, di professionisti sociali, di aiuto per le persone sole, che hanno difficoltà economiche. Le Cucine Popolari, la Casa di Tina, le Case di Quartiere sono risorse importanti. Il Navile è un quartiere vivace, con molte sperimentazioni, come è stato l’Happy Center per le persone senza dimora. Purtroppo è anche un quartiere con un grave problema di spaccio di sostanze.
Ci vorrebbero delle strutture ad hoc che accolgono persone con problemi psichiatrici e sociali. Spesso abbiamo pazienti con problemi abitativi e i dormitori non sono sempre disponibili o in grado di accoglierli. Ci vorrebbero strutture con personale formato nella relazione con persone con problemi psichiatrici.
Cosa vuole dire lavorare come psichiatra in un CSM?
Se non ci fosse la legge che ci impone di curare le persone col Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) sarebbe il lavoro più bello del mondo. Siamo appesantiti dalle misure alternative alla detenzione; a volte ci sentiamo di essere diventati dei custodi e questo contraddice il pensiero di Franco Basaglia. La custodia di persone detenute anche se malate non può essere esclusivamente a carico dalla sanità, occorrerebbero, a mio avviso, risorse e collaborazione forte con altre istituzioni deputate al controllo e alla custodia.
Al di là di tutto, fare questo mestiere è una bella sfida. Lavorare con le persone è per me fonte di gratificazione e crescita personale quotidiana. Lo sforzo, per fortuna, fino a ora, è inferiore alla gratificazione. C’è uno sforzo: tante volte è premiato, altre volte no. Ma fino a oggi ne è valsa la fatica.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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