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Psicofarmaci. Paure ed effetti collaterali

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

Intervista a Lidia Franchini

Lo psicofarmaco non è un medicinale come tutti gli altri: spesso chi deve prenderlo è combattuto, perché in preda a paure più o meno giustificate su dipendenza ed effetti collaterali. Psicoradio ha intervistato Lidia Franchini, psichiatra del DSM di Bologna.

La scoperta degli psicofarmaci ha cambiato la psichiatria?
L'arrivo degli psicofarmaci ha permesso di migliorare la qualità di vita e di relazione dei pazienti. La psichiatria, prima dell'avvento dei medicinali che sono stati scoperti casualmente all'inizio degli anni '50, era essenzialmente una psichiatria “custodialistica”. I manicomi sono nati soprattutto per custodire e mantenere in una situazione di controllo persone che a causa del loro disagio si riteneva non potessero avere alternative.

All’interno dei manicomi, prima degli psicofarmaci quali erano le terapie principali?
Prima dell'avvento degli psicofarmaci i pazienti venivano “trattati” con la camicia di forza, con l'elettroshock, e un po' più recentemente con l'insulino terapia.  L'elettroshock e l'insulino terapia sono continuati anche dopo l'avvento degli psicofarmaci. Secondo alcuni medici l'elettroshock può servire ancora oggi, in alcuni rari casi in cui non funzionano i farmaci.

 

Cosa succede nel caso in cui il paziente psicologicamente non riesce ad accettare il farmaco? Cioè, “voglio curami, ma non ho esperienza di psicofarmaci e non ne voglio prendere?”
Questo capita frequentemente. Lo psicofarmaco  in genere prevede da parte del medico una serie di spiegazioni, una preparazione. Se uno va da uno specialista e dice "non sto bene però non vorrei prendere un farmaco”, il lavoro da fare da parte del medico è aiutarlo a decodificare il motivo del malessere, dell’ angoscia, poi aiutarlo anche a comprendere quali sono le strade da percorrere per stare meglio. Non si tratta solo di prendere un farmaco, è necessario compiere un percorso per capire ciò che sta accadendo e individuare le strade per risolvere i problemi. Queste strade possono comprendere vari precorsi: prendere un farmaco, modificare assetti di vita, iniziare una psicoterapia, chiedere la collaborazione della famiglia… uno o l'altro o tutto insieme.

Un paziente può rifiutarsi di prendere un farmaco?
Si, ed il compito dello psichiatra è quello di esporre i benefici e i danni. Il paziente non può rifiutare il farmaco solo se è in regime di trattamento sanitario obbligatorio, (TSO), questa è l'unica condizione in cui non è possibile rifiutare i farmaci. Il compito del terapeuta è sempre quello di aiutare a comprendere. Faccio un esempio un po' banale ma che aiuta molto. Se io mi rompo un braccio, devo farmi mettere un gesso, ed il gesso ha un'unica funzione, quella di tenere i due frammenti dell'osso in linea; poi però è l'osso che compie il suo “lavoro” di consolidamento, e quando i due frammenti si sono rimessi a posto il gesso viene buttato via.

Il farmaco ha questa semplice ma a volte fondamentale funzione, quella di tenere il pensiero un po’ più fermo, l'angoscia, le voci, le ossessioni un po' più sotto controllo; serve per esempio ad evitare che la depressione causi un'angoscia paralizzante, ma poi è il paziente che fai il lavoro di guarigione, di riassestamento, di riequilibrio della sua vita.

So bene che verso gli psicofarmaci c’è una grande paura: arriva il farmaco, mi cambia la personalità, decide per me, mi modifica…

Ma non è così! Il farmaco  ha un'unica, semplice ma fondamentale funzione che è quella di tenere le emozioni un po’ più ferme, e permettere a te e a chi ti è intorno di lavorare per la tua guarigione.

Nella sua esperienza, quali sono le paure più frequenti che lei ha notato nei pazienti, e lei come le affronta?
Verso gli psicofarmaci c'è sempre la paura della dipendenza, ed è vero che alcuni farmaci creano dipendenza, alcune benzodiazepine per esempio. Contemporaneamente però è anche vero che si diventa dipendenti da un farmaco se si ha già una personalità predisposta alla dipendenza. Non è l'assunzione di una molecola di benzodiazepina che ti rende dipendente, è il fatto che se tu hai già tratti di dipendenza, di insicurezza, trovi nelle sostanze una soluzione rapida e non la lasci più.

Poi c'è la paura degli effetti collaterali. E’ vero che -a volte più altre meno - gli psicofarmaci, come molti altri farmaci, possono dare effetti collaterali, però io personalmente ho verificato che esistono delle strategie per poterli controllare, e anche questo va spiegato quando si propone un farmaco.

Però quando si è ricoverati, anche non in TSO, (trattamento sanitario obbligatorio) è difficile mettersi d'accordo con medici ed infermieri, perché alcuni giorni, senza motivo o anche con un motivo, il farmaco ti fa più paura, ma non c'è alternativa, devi comunque mandarlo giù. Cosa si può fare quando ci si trova in questa situazione?

L'atteggiamento dovrebbe essere quello di cercare una condivisione tra il terapeuta ed il paziente.

Si, però a volte la condivisione è difficile da trovare. A me è capitato due volte, ero quasi anestetizzata. Una volta ho dormito per tre giorni, un'altra volta un giorno e mezzo. Però non ti viene detto che dormiremo per alcuni giorni! Poi ti svegli e ti accorgi che sono passati tre giorni, e pensi “io cosa ho fatto per questi tre giorni, mangiavo? mi portavano in bagno?, ho ammazzato qualcuno? cosa ho fatto?” Perché non mi si dice prima che cosa mi succederà?
In genere quando si usa questo tipo di farmaco lo si dice. Nel tuo caso non saprei dire se l'effetto era quello di farti dormire tre giorni e questa scelta non è stata condivisa con te o se invece è stato un effetto non previsto.

Da quanto ne sa lei questo tipo di terapie e di effetti di solito viene condiviso con il paziente?
Non sempre. So che non è corretto, ma so anche che non sempre viene condiviso. Penso che ancora non ci sia una "cultura della condivisione" abbastanza affermata.

Nella sua esperienza i pazienti sopportano meglio la contenzione farmacologica o quella fisica, che è ancora praticata in molte parti? Cosa provoca meno rabbia?
Generalmente l'uso dei farmaci per la contenzione psichica, farmacologica, provoca meno rabbia rispetto alla contenzione meccanica, che tiene la persona in condizione di lucidità, ma legata.

Tra gli effetti collaterali degli psicofarmaci c'è anche la possibilità di ingrassare molto. Cosa si può fare?
Si, ci sono farmaci di uso corrente che soprattutto all'inizio della terapia, danno un aumento di appetito incontrollato che poi porta all'aumento di peso. Attualmente si sta diffondendo una cultura di educazione alimentare e motoria per prevenire gli effetti di ingrassamento dovuto all'uso degli psicofarmaci. Per anni a Bologna è esistito un progetto che si chiamava " Progetto Benessere” che serviva (e serve ancora, io ne faccio ancora uso,) per costruire questa educazione – che non significa semplicemente mettersi a dieta ma modificare la propria alimentazione nel momento in cui  si assume un farmaco che rischi di produrre un aumento di peso.

Per esempio, siccome si possano verificare eccessi di fame incontrollata, l’indicazione è di mangia tutto ciò che sei abituato, ma con delle piccole modificazioni, tipo: fare molti pasti durante il giorno, almeno cinque, perché sono quelli che possono prevenire un'abbuffata. Se vuoi mangiare il primo, devi spostare una parte del pranzo su cibi iperproteici: carne, fagioli, piselli, cereali; bisogna diminuire gradualmente il sale, che non significa di colpo mangiare insipido ma toglierne un pochino per volta, giorno per giorno. Nello stesso modo diminuire gradualmente lo zucchero, che non vuol dire non farne più uso ma diminuirlo lentamente. Insomma, bisogna cercare di diminuire l'apporto di quelle sostanze che rischiano di produrre l'aumento di peso, senza costringersi ad una vera e propria senza una restrizione alimentare....

Nella sua esperienza, persone che stanno già passando attraverso una sofferenza di altro ordine, ce la fanno a controllare anche il peso?
Negli anni passati lavoravo in alcuni gruppi-appartamento, abbiamo portato avanti questo progetto di attenzione all’alimentazione, questi piccoli accorgimenti che vi ho detto, e contemporaneamente insieme un progetto di attività motoria - che non vuol dire andare a fare il trekking o andare in palestra due volte a settimana ma tutti i giorni camminare un quarto d'ora, se devi prender l'autobus e hai tre fermate, ne fai una a piedi, se hai quattro piani di scale da fare, ne fai tre con l'ascensore e uno a piedi… Questo significa non entrare nell'ordine di idee di una dieta, perché nel momento in cui stai male non ti puoi mettere anche questo problema, ma significa fare delle piccole, progressive modificazioni che non ti angustiano, non ti fanno  venire una fame da svuotare il frigorifero. Si tratta di uno stile di vita che ti permette di affrontare l'assunzione di un farmaco che può avere un effetto collaterale ingrassante - che soprattutto in una donna giovane è molto invalidante.

Quando il paziente ha dei disturbi alimentari ed inoltre deve assumere psicofarmaci che fanno ingrassare, lei come si comporta?
Sarebbe corretto, se possibile, cercare di non usarli; in ogni caso, si fa una valutazione costi-benefici per capire quali sono gli obiettivi più importanti; poi bisogna trovare il dosaggio terapeutico minimo, e aggiungere le indicazioni alimentari e di attività fisica di cui abbiamo parlato. Nella mia esperienza di tutti questi anni si sono rivelate sempre molto utili, sia quelle alimentari che di attività fisica.



 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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