di Federico Mascagni
Bologna continua a essere un laboratorio nel campo dell'intersezione tra salute mentale e natura. Dopo aver conosciuto le attività di Agriverde attraverso la voce di Raphael Decerf, Sogni e Bisogni prosegue la sua indagine sulle cooperative bolognesi che costruiscono percorsi terapeutici e riabilitativi intorno al mondo naturale - dall'impegno concreto nel lavoro agricolo al beneficio diffuso del semplice stare a contatto con il verde.
Con Giovanna Bubbico, vicepresidente della cooperativa sociale Eta Beta, troviamo un approccio altrettanto concreto ma più disponibile a contemplare quella dimensione intima del rapporto con la natura che l'umanità ha sempre riconosciuto come ristoratrice - e che la grande accelerazione industriale ha progressivamente eroso. Di questo, e del ruolo di Eta Beta nel progetto europeo GreenME, abbiamo parlato a lungo.

Due modi di stare in natura, un solo risultato
“La cooperativa Eta Beta affronta il rapporto uomo-natura da diversi punti di vista - esordisce Bubbico - È necessario capire quale approccio si mette in atto nel momento in cui la persona sta in natura: da una parte possiamo parlare di un approccio puramente terapeutico, dall'altro di un approccio funzionale a obiettivi specifici, anche lavorativi. Sono due modalità diverse ma che, secondo me, portano entrambe allo stesso risultato. Da un lato accolgo la natura, mi ci immergo; dall'altro la trasformo, intervengo su di essa. Il punto fondamentale è entrare in relazione — l'uomo che entra in relazione con qualcosa di diverso da sé, in qualsiasi modalità, fa sempre bene alla propria salute”.
Dalle origini di Battirame 11 al biolago
La storia di Eta Beta è legata al recupero fisico di un territorio. “Nel momento in cui abbiamo scelto di andare a Battirame 11 - racconta Bubbico - ci siamo trovati di fronte a una realtà molto particolare, a metà tra l'anima moderna degli anni Ottanta del comparto Roveri e un'anima molto più antica - se non medievale - perché via delle Bisce era una delle poche strade medievali rimaste nella periferia della città”.
Fu una scelta consapevole di recupero: “Abbiamo dovuto lavorare molto, anche fisicamente, per pulire, per togliere tutto ciò che era stato l'intervento dell'uomo e che aveva in qualche modo contaminato quel territorio. Siamo partiti da una grande pulizia di tutto”. Da lì, la cooperativa ha creato un corridoio ecologico, perché sia le persone interne alla cooperativa sia i cittadini potessero fruire di quegli spazi.
Cosa fa la natura alle persone. Osservazioni dal campo
Alla domanda su quali processi trasformativi Bubbico abbia potuto osservare negli anni nelle persone che frequentano la cooperativa - in particolare tra quelle con fragilità - la risposta è articolata. “Ho visto svilupparsi una nuova sensibilità e un nuovo approccio alla natura, molto più intimista rispetto a qualche tempo fa. Le persone hanno davvero bisogno di recuperare un rapporto intimo con se stesse attraverso la natura: in qualche modo la natura ti rimette in connessione con te stesso. Ti chiede di metterti in ascolto dei suoi ritmi. E questo ti aiuta a entrare in relazione anche con te stesso”.
Ma c'è un secondo livello, che Bubbico considera altrettanto significativo: “Noi abbiamo verificato, lavorando molto in contesti gruppali, come la natura sia paradossalmente — ma non tanto paradossalmente — anche un veicolo che ti permette di entrare più facilmente in relazione con l'altro. Facilita la relazione interpersonale”.
Bubbico non si ferma all'immagine consolatoria: “Questi aspetti funzionano bene quando si vive la natura in un ambiente idilliaco. Ma la natura è anche pioggia, fango, vento. E lì ti si scatenano altri aspetti: devi superare un ostacolo, devi trovare persone disponibili a quel tipo di messa alla prova. La natura è tanta roba - anche il terremoto è natura, anche l'incendio. È tante cose, e ti mette alla prova in modo importante”.
GreenME: quando l'orto diventa studio clinico. Il progetto europeo e il ruolo di Eta Beta
GreenME ("Advancing Greencare in Europe: an integrated multi-scalar approach for the expansion of nature-based therapies to improve Mental health Equity") è un'iniziativa Horizon Europe volta a individuare modi per espandere la terapia basata sulla natura e la "green care" per migliorare la salute mentale e il benessere degli adulti, apportando benefici anche alla società e all'ambiente. Coordinato dall'Università Autonoma di Barcellona (UAB), il progetto è partito nel settembre 2023 e coinvolge partner di sei paesi europei, più Regno Unito e Stati Uniti.
In Italia, il polo di ricerca è presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari (DISTAL) dell'Università di Bologna. Ed è qui che entra in campo Eta Beta: “L'Università di Bologna, che ha un ruolo di ricerca e di studio, ha scelto Eta Beta come luogo dei casi studio - spiega Bubbico - Ogni partner europeo aveva un'università e un caso studio — noi siamo stati questo”.
120 persone, uno studio, una doppia scommessa
“È stato un progetto molto interessante, e anche faticoso - ammette Bubbico - In Italia dovevano esserci due realtà in cui sperimentare. L'altra realtà si è tirata indietro, e così ci siamo trovati a dover individuare e sostenere da soli un numero molto alto di persone. Ce l'abbiamo fatta: abbiamo coinvolto 120 persone”.
Il protocollo scientifico prevedeva la suddivisione in due gruppi distinti: il primo coinvolto attivamente in dodici sessioni di orticoltura terapeutica, il secondo come gruppo di controllo, non partecipante alle sessioni pratiche ma essenziale per validare i dati. “Di queste 120 persone, 60 dovevano fare i laboratori e 60 erano il gruppo di controllo - conferma Bubbico - Noi abbiamo finito tutto quello che dovevamo fare. Poi abbiamo deciso autonomamente, a nostre spese, di far fare il corso anche al gruppo di controllo: sarebbe stato ingiusto lasciarli fuori”.
I partecipanti dovevano trovarsi in una condizione di stress, senza però che fosse eccessivo: “Dovevamo trovare 120 persone con quella condizione, farle compilare questionari prima, durante e dopo, e segnalare se assumevano terapie farmacologiche. L'Europa stessa, quando ha visto che alcune persone seguivano terapie importanti, ha chiesto se avessimo qualcuno in grado di gestire queste situazioni durante i laboratori. È stato complesso, ma ce l'abbiamo fatta”.
L'obiettivo: dare numeri a ciò che si sente
La domanda di fondo che GreenME si pone è semplice nella formulazione, complessa nella dimostrazione: “Io credo fortemente che la natura abbia una valenza terapeutica - dice Bubbico - Tutti diciamo che in natura stiamo bene. Ma l'intenzione di questo studio era: quantifichiamo. Verifichiamo. Diamo dati che ci permettano di sostenere questa tesi facilmente intuibile attraverso numeri, attraverso risultati, attraverso possibili oggettivazioni. Perché se riusciamo a dimostrare concretamente che stare in natura migliora la qualità della vita e lo stato psicofisico delle persone, è possibile pensare che l'Europa debba prenderne atto — attraverso politiche attive in questa direzione”.
I luoghi della sperimentazione a Bologna
I due luoghi dove si è svolta la fase bolognese del progetto sono entrambi legati alla storia della cooperativa. “Abbiamo lavorato nei due luoghi di Eta Beta - spiega Bubbico - Battirame 11, di cui ho già parlato, e Salus Space, centro multifunzionale in amministrazione condivisa con il Comune di Bologna, dove è presente una comunità di abitanti e dove ci sono orti e spazi verdi più spontanei. Con l'Università di Bologna abbiamo fatto parecchie collaborazioni: in Salus Space abbiamo anche un biolago [una vasca naturalistica con funzione autodepurante - ndr] e vari tipi di sperimentazione”.
Primi risultati e attesa dei dati definitivi
I laboratori si sono conclusi. “Abbiamo concluso da poco, a giugno, i laboratori, quindi è ancora presto per parlare di risultati. I dati che abbiamo inserito a sistema devono essere analizzati ed elaborati”. Tuttavia, il DISTAL dell'Università di Bologna ha già reso noti i primi risultati concreti del progetto in occasione del Festival della Scienza di Genova, analizzando gli effetti dell'orticoltura terapeutica su pazienti con stress grave/acuto, Alzheimer e demenza.
Ortoterapia e forest bathing: pratiche diverse, stesso principio
Nella conversazione emerge anche il tema del forest bathing — la pratica di immersione sensoriale in ambiente boschivo — e della medicina forestale, un campo ancora in cerca di pieno riconoscimento istituzionale in Italia. Bubbico distingue chiaramente il proprio approccio: “Quando abbiamo partecipato a GreenME, c'erano altre realtà che propongono yoga in foresta, meditazione, pratiche di quel tipo, sicuramente utili. Noi facciamo ortoterapia. La differenza è che è un intervento diretto sul fare: entrare in relazione anche a livello manipolatorio con la natura”.
Il riferimento alla posizione di Raphael Decerf di Agriverde — cauto nell'esprimersi senza dati — viene ripreso con rispetto: “Anch'io sono convinta intuitivamente che faccia bene. Ma il forest bathing non è, nello specifico, il nostro tipo di intervento”.
Il territorio, la città, il futuro degli spazi abbandonati
La riflessione si allarga verso il territorio e le politiche urbane. Bubbico descrive una doppia criticità: da un lato le zone montane abbandonate e le conseguenze già visibili di questo abbandono; dall'altro l'enorme patrimonio di cementificazione dismessa nelle periferie urbane. “Quanti capannoni sono abbandonati? Se riuscissimo a recuperare, rivitalizzare spazi già esistenti e renderli utili a queste necessità... Le persone sono sempre più sensibili al bisogno di capire la filiera dei prodotti che mangiano. E credo che in questo momento storico stia succedendo questo: iniziative individuali, di piccoli gruppi, di cooperative, di associazioni che stanno prendendo in mano questi aspetti”.
A questo si aggiunge l'impegno diretto della cooperativa in direzione della forestazione urbana: “Il nostro impegno, al momento, è quello di creare zone verdi, alberate, per poterle poi vivere e agire”.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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