di Maria Berri
La miniserie Rai "Le libere donne" è ispirata al romanzo autobiografico "Le libere donne di Magliano" scritto nel 1953 da Mario Tobino, psichiatra e scrittore, sconpaso nel 1991. L'autore è noto per aver unito la pratica medica, nell'ospedale psichiatrico femminile di Maggiano in provincia di Lucca, alla narrazione letteraria, raccontando un dramma umano e potente. Il titolo descrive la condizione in cui le donne vivevano in quel preciso periodo storico, soprattutto quando avevano problemi psichiatrici e trovavano nell'ospedale un luogo in cui sentirsi libere e allontanarsi dalle regole del mondo esterno.

La miniserie, diretta da Michele Soavi, oltre a essere un prodotto solido e visivamente interessante, è stata capace di andare oltre il racconto didascalico sulla condizione femminile e costruire una storia più cupa ed emotiva del previsto. Divisa in tre puntate, la fiction è ambientata tra Lucca e Viareggio durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla fine del 1942, dopo il congedo dal fronte libico, Tobino, giovane medico con specializzazione in psichiatria, viene mandato a prestare servizio nell'ospedale psichiatrico femminile della cittadina toscana. Con un approccio umanistico, certamente innovativo per l'epoca, Tobino sfida i metodi rigidi e repressivi dell'istituzione, cercando di restituire dignità e ascolto alle pazienti, molte delle quali internate ingiustamente o per il semplice desiderio di libertà.
Tobino collabora con colleghi dalle visioni spesso opposte alle sue, anche politicamente (e questo non è un dettaglio in un'Italia in pieno regime fascista, occupata dalle truppe naziste), trovando però un prezioso alleato in un giovane medico, Guido Anselmi (figura introdotta specificamente nella serie televisiva), con cui sviluppa un rapporto di fiducia e di amicizia.
La svolta arriva con l'arrivo di Margherita Lenzi, altro personaggio di fantasia, utile allo sviluppo della trama sentimentale. Margherita è una giovane donna discendente da una famiglia di ricchi setaioli, rinchiusa contro la propria volontà dal marito, ex avvocato di suo padre, che l'aveva sposata per le proprie mire patrimoniali. Indubbiamente attratto dalla sua bellezza, ma anche dalla singolarità del suo caso, Tobino indaga sul passato della Lenzi, scoprendo sul suo corpo segni di abuso e rivelando inoltre un tentativo di appropriazione della sua eredità. La ricerca della verità lo porta a confrontarsi con dilemmi morali e rischi personali, mentre dal passato riaffiora Paola Levi (che non compare nel libro), un antico amore di Tobino, ormai diventata staffetta partigiana, complicando ulteriormente la sua vita privata e professionale.
Michele Soavi firma un dramma storico sulla negazione della libertà e sullo schiacciante controllo di un potere che opprime, sia esso quello della dittatura fascista, o quello, meno "vistoso" ma più subdolo, di un sistema maschilista che cresce indisturbato tra le mura domestiche. Un racconto che si fa riflessione umana, sull'amore (o piuttosto sulla sua assenza) che non protegge, su quella "medicina che non cura" ma che annulla pensieri e volontà.
Quando anche la "scienza" (fatta passare come tale) si trasforma in strumento di repressione e controllo di ogni forma di dignità, è allora che il metodo innovativo di Mario Tobino apre uno spazio di indagine. Non soltanto sugli abusi che queste donne erano costrette a subire, tanto fuori quanto all'interno degli ospedali psichiatrici, ma anche su desideri e pulsioni che la società dell'epoca (ma ogni epoca ha i suoi bigottismi) aveva cercato di estirpare per sempre.
Alla fine però il racconto, nonostante l'invenzione della storia d'amore tra dottore e paziente, riesce a riequilibrarsi: merito non solo dell'amore, quello sì vero, tra Tobino e Paola Levi, ma soprattutto della regia sapiente di Soavi. La sua macchina da presa si muove con misura tra il realismo delle pagine di Tobino, della guerra, ma anche della sua storia personale (Paola Levi era sua nonna), e quel mondo, schizofrenico ma fiabesco allo stesso tempo, immaginato dalle sue "libere donne".
La fiction dà l'opportunità di ricordare e rivalorizzare Mario Tobino, tra i massimi esponenti della psichiatria italiana.
La sua stessa vita è un incredibile viaggio in quegli anni, quelli che hanno anticipato la legge Basaglia. Con la chiusura dei manicomi e l'introduzione degli psicofarmaci nel trattamento degli stati depressivi o dei disturbi della personalità, si garantisce a milioni di persone di vivere una vita degna di tale nome, non più esautorati dalla società, sbattuti in ospedali fatiscenti e trattati come esseri umani da evitare, di cui dimenticarsi. Alle donne del reparto in cui a lungo Tobino ha lavorato, dal 1943 e per 40 anni fino alla pensione, lo psichiatra ha dedicato uno dei suoi libri più famosi, che fotografa in modo crudo e autentico l'approccio alla malattia mentale in auge ai tempi.
Tobino concepiva la terapia psichiatrica come un connubio tra scienza medica e umanità profonda. Per Tobino, gli strumenti terapeutici non erano solo farmaci, ma includevano l'approccio relazionale e ambientale e l'utilizzo di musica e arti varie come veri e propri balsami per le pazienti. Tobino difese la funzione del manicomio come luogo di cura e protezione, polemizzando con Franco Basaglia che ne sosteneva la distruzione, convinto che il luogo fisico, se gestito con umanità, potesse offrire un rifugio e una terapia necessari per i pazienti psichiatrici.

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi
...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...
Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo Pini, di Milano.
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