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Il Laboratorio di salute popolare: un’altra idea di benessere è possibile

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Chandra Signorile

Nel centro di Bologna, in una città attraversata da contraddizioni profonde tra opportunità e precarietà, da alcuni anni è attiva un’esperienza che prova a ridefinire cosa significhi “fare salute”. Il Laboratorio di Salute Popolare di Làbas nasce durante l’emergenza pandemica, ma affonda le sue radici in un’idea ben più ampia: quella di una cura che non si limita alla dimensione clinica, bensì analizza quelli che sono i determinanti sociali della salute, anche mentale.

foto grande labas

La redazione ha incontrato Martina Corradetti, Tomaso Bernardi ed Elena Araveiciei che hanno raccontato come, nel Laboratorio di salute popolare, si intreccino pratiche di prossimità, dati e vissuti, restituendo uno sguardo concreto su una sanità dal basso, collettiva e profondamente radicata nel territorio.

“Il laboratorio inizia con le staffette solidali: giravamo la città in bici con un team multidisciplinare, non eravamo solo sanitari, ma anche attivisti coinvolti tramite una call, e stringevamo relazioni con le persone che vivono in strada tutti i giorni”, dice Martina Corradetti. Questa attività ha evidenziato che i bisogni sanitari sono sempre maggiori e che in tanti rimangono esclusi dalle prestazioni del servizio sanitario nazionale. “Parlando di bisogni sanitari alludiamo a un concetto di salute a 360 gradi – continua Corradetti - Al primo accesso viene proposto un triage sociale, ci concentriamo anche sui determinanti sociali della salute cioè sulle condizioni abitative, sul lavoro, la rete sociale, l'accesso alle informazioni, la conoscenza della lingua, lo status giuridico”. Il lavoro di raccolta dati realizzato dai professionisti del laboratorio permette di stabilire correlazioni, ad esempio tra la precarietà lavorativa e lo stress psicoemotivo che a sua volta può comportare delle somatizzazioni.

Il report del triage sociale del 2024-2025 (link reportage: triage-sociale-20242025.pdf ) evidenzia come non siano solo persone provenienti da percorsi migratori o persone senza fissa dimora ad avere bisogno di prestazioni sanitarie che non riescono a essere assorbite dal pubblico, anzi la quasi totalità delle richieste di supporto psicologico e ginecologico provengono da cittadini italiani residenti in Emilia-Romagna alle prese con lunghe liste d’attesa, ticket insostenibili, violenza, burocrazia complessa, servizi territoriali frammentati. “Consideriamo che Bologna ha il 30% delle persone che è fuori sede e questa popolazione ogni 10 anni cambia totalmente. Questo è una città che offre tanto, ma in cui è difficile restare, per tutte le complessità che ha di accessibilità alla casa e ai servizi in generale. Tantissimi studenti fuori sede non hanno il medico di base, allora una parte del nostro lavoro è anche orientarli nei servizi e sostenerli nel farsi prendere in carico dalla sanità pubblica”, aggiunge Bernardi.

Al Laboratorio di salute popolare sono attivi uno sportello di accesso alle cure, un ambulatorio odontoiatrico convenzionato con l'Ausl, uno sportello di supporto alla salute sessuale e riproduttiva, l'unità mobile di prossimità e uno sportello di supporto psicologico. In generale le persone che accedono al laboratorio hanno dai 45 anni in su mentre l'età si abbassa o nel caso dello sportello di supporto piscologico a cui accedono in maggioranza persone tra i 18 e i 35 anni.

Il percorso di supporto psicologico prevede quattro sedute che non sempre sono sufficienti. “Queste sedute servono per mettere in sicurezza le persone, per far loro conoscere il territorio ed eventualmente indirizzarle verso i servizi di salute mentale. A volte, viste le difficoltà del pubblico proponiamo anche professionisti che offrono prestazioni a un prezzo calmierato. Questo ultimo intervento cerchiamo di farlo solo in extremis perché crediamo fortemente che la salute, anche mentale, debba essere un diritto e che debba trovare risposte gratuite”, spiega Corradetti.

La precarietà è un tema che emerge in maniera trasversale tra i professionisti dell’aiuto e chi l’aiuto lo cerca. Il municipio sociale per questo è in costante confronto con l’Ausl, dialoga con il direttore del Dipartimento di salute mentale Fabio Lucchi, tesse relazioni con le associazioni locali, collabora con l’associazione L'Arco-Corrispondenze per la Recovery.

Elena Araveiciei racconta che per garantire maggiore continuità alle persone che si rivolgono allo sportello si sono impegnati a scrivere progetti, rispondendo a diversi bandi, attività che permette anche di avere un riconoscimento per i professionisti e attivisti che contribuiscono con le loro competenze ai percorsi. “Questo approccio ci toglie dall'isolamento che è peculiare della professione, dove in generale c'è poca possibilità di confrontarsi con gli altri – aggiunge – Qui la grande ricchezza, per noi oltre che per l'utenza che ci attraversa, è il contatto con tanti professionisti diversi e la possibilità di sviluppare competenze che difficilmente in uno studio privato, da soli, riusciremmo ad acquisire”.

Oltre agli ambulatori, il Laboratorio di salute popolare promuove attività socializzanti che vengono costruite insieme al territorio e ai cittadini, tra cui la Palestra popolare e i Sabati di quartiere. “Il sabato è una giornata aperta al quartiere dove si pranza insieme, si fanno laboratori, c'è la possibilità di fare una doccia o una lavatrice. È una giornata rivolta a persone con fragilità economiche e sociali ma anche a quelle che vivono in zona e hanno voglia di relazionarsi – dice Corradetti – È un modo per fare salute, anche salute mentale”. Dietro non c'è una logica commerciale, ma una comunità politica che collabora anche con tutto quello che c'è intorno.

“Insistiamo sulla collettivizzazione della salute e sull’integrazione delle competenze. Siamo sempre all’interno di équipe multidisciplinari, abbiamo medici, psicologi, educatori, assistenti sociali, persone del quartiere, volontari. C’è un forte bisogno di radicamento nel territorio e l’offerta della città è molto vasta. Di solito proponiamo diverse opportunità poi è la persona a scegliere cosa le interessa davvero, il punto centrale è l'autodeterminazione. Dopo facciamo un follow-up per capire com'è andata”, dice Bernardi.

L'esperienza del Laboratorio di salute popolare racconta che è possibile un modello di sanità più integrata nei suoi vari servizi, più radicata sul territorio e soprattutto accessibile a tutti. I professionisti attivi nel Laboratorio di salute popolare agiscono in un’ottica di collaborazione con i servizi, non di sostituzione, indicando un modello alternativo di salute a cui ispirarsi.




 

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La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
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Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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