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Spdc Malpighi: l'urgenza psichiatrica tra cura e controllo

aggiornato al | Staff | ARTICOLI

di Federico Mascagni

Il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) Malpighi, situato presso il Padiglione 1 del Policlinico Sant'Orsola di Bologna, è una struttura specializzata nella gestione delle acuzie psichiatriche. Dispone di 15 posti letto e di un giardino protetto riservato ai degenti. Un'equipe multidisciplinare garantisce la guardia attiva 24 ore su 24. Oltre ai ricoveri, che avvengono di norma su base volontaria o in regime di Trattamento sanitario obbligatorio (TSO), l’attività si estende al Pronto Soccorso e a tutte le unità operative del Policlinico Sant'Orsola-Malpighi e dell'Ospedale Bellaria. Il modello organizzativo prevede che ogni paziente sia seguito da un medico psichiatra di riferimento, il quale ha il compito di raccordarsi con i Centri di salute mentale (CSM) di competenza.

spdc
L'SPDC rappresenta l'anello più delicato della catena della salute mentale: il luogo dove l'acuzie clinica incontra la complessità sociale e legale. In questa intervista, le psichiatre Lorena Catania e Angela Trappoli scattano una fotografia nitida delle criticità del reparto Malpighi di Bologna, analizzando il peso di una "delega sociale" che spesso grava unicamente sulle spalle dei medici.

Dottoressa Catania, qual è il perimetro di libertà in cui muove oggi uno psichiatra d'urgenza?
Il tema della sicurezza deve essere affrontato secondo determinati parametri, spesso procedurali, molto stringenti, molto rigidi e anche necessari. In qualità di psichiatri noi abbiamo una responsabilità ancora per legge piuttosto diretta, rispetto agli agiti o alla condizione clinica dei nostri pazienti. Questo ci vincola enormemente in termini di libertà, anche nella relazione di cura. Il reparto è il luogo dove si finisce quando c'è un rischio molto elevato in termini di sicurezza soprattutto per se stessi. Purtroppo c'è ancora questa grande delega rispetto al controllo sociale.

Dottoressa Trappoli, come si traduce questa "delega" nella pratica quotidiana del pronto soccorso?
Talvolta si confondono nell'urgenza i bisogni sociali e i bisogni psichici. Bisogna integrare, ma stare anche attenti a dare la risposta giusta al giusto bisogno, altrimenti rischiamo di rispondere clinicamente a un bisogno che è solo sociale o di dare un dormitorio a una persona che invece ha un altro tipo di bisogno perché non ci sono altre risposte più articolate. Per noi è piuttosto complessa questa faccenda della tempestività: facciamo telefonate, non sappiamo a chi rivolgerci, non è mai il servizio appropriato, non troviamo mai il nostro giusto interlocutore. Quello che ci auspichiamo è che si riesca a trovare un interlocutore semplice da contattare e che possa rispondere a bisogni di base prima di creare poi il supporto sociale complesso.

Qual è la fotografia della città che emerge dall'osservatorio dell’SPDC Malpighi?
LC: È un pronto soccorso molto di trincea. C'è una categoria che è lo "stato di agitazione", che ha dei margini estremamente sfumati e che può diventare molto ampia. Purtroppo l'esperienza è che questa categoria rischia di essere tradotta in modo automatico in "paziente psichiatrico". Il luogo dei ricoveri diventa un luogo in cui automaticamente chi entra riceve un bollino che non viene dallo psichiatra, ma dal contesto. Noi spesso ci troviamo ad argomentare inutilmente su questi temi perché non c'è ascolto, probabilmente perché non ci sono risorse; quindi l'ultima risposta è monitorare la persona, chiusa in un luogo sicuro.

Esiste un'equazione diretta tra degrado urbano, assenza di servizi e acuzie psichiatrica?
AT: Se usciamo un attimo dal concetto stringente di malattia psichiatrica, il disagio psicologico deriva anche da situazioni sociali. Se io vivo in una condizione di marginalità, mi curo poco fisicamente, ho una rete sociale scarsa, non ho relazioni di supporto significativo, è ovvio che si possa configurare anche una patologia psichica. Se una persona è lasciata alla deriva è possibile che si configurino delle situazioni per cui la psichiatria deve rispondere.
LC: Ci sono stati su Bologna degli studi fatti da Chiara Bodini e altri sui quartieri e sulla salute. I risultati sono schiaccianti: laddove i determinanti di salute sono molto carenti, la salute viene meno. È un'equazione lineare.

Quali prospettive intravedete per il futuro dell'SPDC Malpighi?
AT: Vorremmo abbattere il muro di cinta che si crea fra l'SPDC e tutto il resto del mondo. Questo sembra il luogo varcato il quale si chiude la porta a chiave e succedono cose che sembrano incompatibili con la vita esterna; invece non è così. Vogliamo aprire un po’ le porte, creare una continuità tra la vita che c'è fuori e quello che succede qui dentro, mentre uno fa il suo percorso.
LC: La patologia crea nell'esistenza delle persone una frattura significativa, un'interruzione con la propria continuità di vita. Il sistema risponde come uno specchio: inevitabilmente anche il sistema è disconnesso. Le risorse istituzionali sono sempre più carenti, anche nei territori e nei CSM. Dobbiamo fare conoscere questa situazione nella società e responsabilizzare l’istituzione sugli interventi e sui limiti che in questo momento ci sono.




 

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