Storia di Daniele: la soglia dello stress

A cura di Federico Mascagni

Se si vuole capire il disturbo mentale bisogna uscire fuori dagli schemi quotidiani, quelli fatti di un'attività rutinaria, di abitudini che si ripetono per anni mattina pomeriggio sera.

Per un malato mentale spesso è difficile alzarsi serenamente. Ancora di più riuscire a intraprendere la propria attività, se ne ha una. Insomma, integrare un malato mentale in questa società normativamente sana è molto difficile. Perché può capitare che il malato guardi al quotidiano con un senso di terrore. Può considerarlo un ostacolo fatto di responsabilità inaffrontabili, di fatiche e di probabili insuccessi. Il malato a volte guarda il sano con un senso di invidia, lo vede diverso da sé perché capace di conformarsi. Il malato ha tempi sfasati, irregolari, e doversi adeguare a quelli altrui lo può portare a un forte senso di panico. Questo è uno dei motivi percui bisogna saper trarre il meglio da un individuo con handicap partendo soprattutto dal tempo che gli è necessario per elaborare e realizzare con serenità. E i risultati potrebbero essere grandiosi. Ma come ogni elemento fragile, se sottoposto subito a stress troppo forti l'equilibrio del malato si spezza.

stress2

Questa è la storia di Daniele, a breve 50enne, e del suo eccellente percorso scolastico. Ma dietro i risultati esisteva un dolore interiore che si muoveva incessante. “Sono sempre stato un bambino e un adolescente un po' nervoso. La scuola l'ho sempre vissuta con angoscia, con il timore di essere preso in giro dai compagni. Ero molto permaloso.” Eppure Daniele non ha cattivi rapporti con nessuno. Non è vittima di bullismo, è integrato. “Ripensandoci la mia attenzione era tutta sullo studio finalizzato al voto alto. Ero terrorizzato in modo ossessivo dal brutto voto.” Daniele vorrebbe esprimere una sua protesta nei confronti di programmi scolastici che affrontano la conoscenza senza metterla a confronto diretto con la realtà. Forse è questo che lo porta a sentirsi inadeguato.

Daniele è un ragazzo adottato. I suoi primi 11 mesi li ha passati alla maternità di via D’Azeglio, dove era sottoposto a nutrizione forzata e senza essere mai fatto alzare dal letto. Daniele non sa con certezza se questa fase di cui non ha nessun ricordo possa averlo portato a uno shock ma lo ritiene molto probabile. Quando esplode la malattia bisogna affrontarla concretamente, non c'è molto tempo per le riflessioni.

Soffro di disturbo bipolare. La prima crisi è avvenuta nel 1995, e si è manifestata con depressione e angoscia. Il primo episodio di bipolarità risale invece al 99.” Daniele si laurea nel 92 in chimica industriale con il massimo dei voti e la lode. Dopo la laurea comincia a cercare un lavoro, ma non riesce a trovarlo. “Sono andato in tilt per lo stress. Non reggo lo stress. Finché si trattava di studiare per me era facile. Mi dicevano 'studia questo studia quest'altro'. Ero un ottimo esecutore, ma dover decidere autonomamente, pur essendone in grado, mi stressava.” Daniele vince due borse di studio all'università. Una nel 1993 subito dopo la laurea e l'altra fra il 96 e 97. “Una borsa di studio un po' complicata rispetto a quella sui catalizzatori del 93. Lavoravo da solo, non più in team e sono andato in crisi, scoprendo il mio disturbo.

stressEsiste un momento che intercorre fra la manifestazione della malattia e la sua consapevolezza. Daniele era già stato male nel 1995. Un crollo depressivo che imputa a un'accumularsi di tensione nervosa. “Ero arrivato al punto di voler morire. Non provavo emozioni. Avevo già cominciato a fare colloqui con uno psichiatra ma la crisi si era già innescata e andava via via acuendosi finché non è avvenuto il ricovero.” Daniele, imbottito di farmaci, percepisce che si sta curando. Dopo un paio di settimane esce dall'ospedale. “Mi sono reso conto che stavo meglio, che l'ansia grossa era passata. Il relatore della mia tesi mi ha trovato una borsa di studio di cinque settimane a Madrid. Poi un'altra borsa di studi, particolarmente complicata.” Un lavoro che costa a Daniele molto stress. Finisce in Day Hospital, dove assume flebo di antidepressivi e calmanti. “Questa seconda crisi è stata una crisi meno acuta della prima perché sapevo già cosa aspettarmi, però stavo male comunque. Mi sono ripreso ma, durante un corso di programmazione di computer, sono passato a una fase di iperattività in cui mi sentivo onnipotente, seguita come da copione da una nuova pesante fase depressiva”.

E’ l'altra faccia del disturbo bipolare. E' il 1999 e Daniele torna alle cure nel Day Hospital dove aumenta le medicine e comincia a fare attività sportiva presso il centro diurno, attività che sfocerà nel 2003 nella creazione di una associazione dilettantistica sportiva per la promozione sociale (Non andremo mai in TV…). E' il periodo in cui conosce la sua compagna. “Avere una compagna è importante perché una delle mie più grandi paure è sempre stata quello di rimanere solo. La paura prima di addormentarmi che i miei potessero morire. Da bambino calcolavo la differenza d'età fra me e loro per capire quanto ancora avrebbero potuto starmi vicino.” L'amore, la solidarietà, il capirsi e il sostenersi a vicenda aiuta, sempre. “Adesso che ho una ragazza la mia paura si è sopita. Non lavoriamo entrambi quindi non possiamo permetterci di vivere da soli. Aspettiamo un futuro migliore, anche se con difficoltà ne vedo uno diverso. Diciamo che non credo di poter cambiare le cose, non ne ho i mezzi. Credo che volente o nolente dovrò restare così”.

Quando la malattia esplode ci si rende conto che nulla sarà mai più come prima. Parte una seconda vita. Può essere dura affrontarla, ma se il contesto attorno a noi ci aiuta è possibile farlo. Daniele è in una fase di grande sfiducia e vive la vita alla giornata. Ma è anche passato attraverso esperienze dure, scelte di lavoro fra business piramidali e vendite porta a porta che hanno mortificato le sue qualità. Ma ha voluto provarci, convincendo i suoi genitori. Esperienze forse frustranti, ma sicuramente esperienze. Ora l'energia deve essere focalizzata verso questa rinascita, che passa verso il mondo associazionistico e le amicizie che vi ha trovato. Amicizie che travalicano età, provenienza, condizioni di salute e sociali. Daniele può farsi forte di avere trovato un delicato equilibrio e una parte importante del suo lavoro con l’associazione Non andremo mai in TV…, di cui attualmente è il presidente, consiste nel parlare della sua esperienza ai ragazzi delle scuole, principalmente superiori, per far capire che il disagio mentale si può affrontare e che non bisogna chiudersi in se stessi o isolare un amico sofferente.