Le stanze per stimolare e rilassare

A cura di Antonio Marco Serra

Iniziano a prendere piede anche in Italia, all’interno dei Servizi Sanitari, le cosiddette sale di stimolazione multisensoriale (in paesi come la Germania, esse sono già molto diffuse).

In sostanza si tratta di ambienti in cui l’utente entra in contatto con tutta una serie di effetti visivi, uditivi, olfattivi, gustativi e tattili. L’uso di tali ambienti può essere molto diversificato: si va dall’utilizzo nei Pronto Soccorso, in cui di fatto sono solo delle sale d’aspetto molto particolari, in cui a un paziente con seri disturbi psichici e cognitivi, vengono evitate quelle situazioni di stress, spesso per lui ingestibile, che si accompagnano a una tradizionale sala d’aspetto, per giungere sino a un vero e proprio utilizzo di tipo terapeutico, volto a favorire una migliore e più proficua interazione tra paziente e operatore.

In realtà si tratta di un metodo non nuovissimo, essendo stato elaborato negli anni ’70 nei Paesi Bassi: il cosiddetto metodo ‘snoezelen’ (neologismo che unisce due verbi olandesi dal significato di ‘stimolare’ e ‘rilassare’.) Si cerca di far vivere al paziente un ambiente che sia a un tempo rassicurante e stimolante, migliorando così la sua comunicazione con gli operatori e i caregivers e creando un rapporto di fiducia maggiore tra essi. Il metodo inizialmente era diretto solo a persone affette da disabilità intellettive gravi, ma si e visto che può essere utile anche a pazienti psichiatrici con disturbi dello spettro autistico.

Il principio di base a cui il metodo si ispira, si fonda sulla considerazione che anche in persone sofferenti di serie disabilità intellettive e relazionali, le funzioni mentali diverse da quelle cognitive non appaiono compromesse, e quindi stimolando proprio quelle aree del cervello che presiedono al comportamento emozionale e istintuale, è possibile interagire con ciò che in quel paziente risulta del tutto integro. A ben vedere è in fondo la stessa idea su cui si basano i principi della Recovery che, almeno sulla carta, permeano sempre più l’approccio psichiatrico contemporaneo: far leva non sui deficit e sui punti di debolezza della persona sofferente, bensì sulle sue potenzialità e sui suoi punti di forza.

Naturalmente non dobbiamo nutrire aspettative miracolistiche su questo approccio o sui molti altri proposti negli ultimi anni, diretti sia agli aspetti sensoriali che a quelli artistici (Musicaterapia, Danzaterapia, Pet-Therapy, Aromaterapia, solo per citarne alcuni). Il punto per me fondamentale è che appare sempre più evidente che nessun approccio terapeutico da solo può costituire la soluzione definitiva. Occorre trovare la giusta combinazione tra vari approcci, tarandola –ovviamente– su ogni singolo paziente. Non è semplice ed è molto costoso, ma resta l’unica strada percorribile se si vogliono ottenere dei miglioramenti significativi rispetto alla situazione attuale. E, a mio avviso, in quest’ottica si inseriscono anche tutti gli interventi, apparentemente extra-clinici, ma di fatto integrati con essi, diretti a favorire l’inclusione sociale, come i supporti all’abitare e al lavoro.

Ma per non apparire degli utopisti, forse è opportuno concludere con un po’ di sano realismo: parlare di introdurre nuovi sistemi di cura, accanto ai vecchi, in un momento in cui i tagli alle spese sanitarie non conoscono sosta, appare un po’ illusorio. Anche cure più tradizionali, come le terapie della parola, sembrano sempre più in affanno: il numero di psicologi diminuisce a vista d’occhio e oggi poter fare una psicoterapia di durata appropriata, all’interno dei Servizi, è diventato un lusso a cui solo pochi fortunati possono accedere; inoltre il tempo che uno psichiatra può dedicare ad ogni singolo paziente si riduce sempre più e in questa situazione appare inevitabile che si

punti quasi esclusivamente sulla terapia più economica, quella farmacologica. Non è certo colpa dei singoli operatori, che sono i primi a lamentarsi di questo stato di cose, ma del sistema sanitario nel suo complesso. Naturalmente ci auguriamo che questo processo si inverta, ma qui esuliamo dal campo clinico: dipende tutto da quanto il nostro Stato intenda investire sulla salute dei propri cittadini, soprattutto di quelli meno fortunati.